
Riscaldamento globale e rischio diabete in gravidanza: le novità al congresso della SID
Se ne parla a Rimini, insieme al ruolo dei nuovi farmaci, dell'epigenetica, del pancreas artificiale e del follow up. Succurro (SID): “Fondamentale programmare la gravidanza”

Elena Succurro, professoressa ordinaria di Endocrinologia presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro e componente del Consiglio Direttivo della SID
I cambiamenti climatici disturbano anche la gravidanza e, nonostante non sia stato ancora dimostrato un rapporto causale, alcuni studi osservazionali suggeriscono un possibile aumento del rischio di diabete gestazionale (+28%) nelle donne esposte a temperature elevate, soprattutto in determinate fasi della gravidanza.
Di questo, e di altri temi legati al diabete in gravidanza, si parlerà al 31° Congresso nazionale di diabetologia della SID (Società italiana di diabetologia), che si svolge dal 28 al 31 ottobre a Rimini.
Secondo il Ministero della Salute, circa il 6–7% delle gravidanze in Italia è complicato da una forma di diabete. A livello mondiale, il diabete interessa circa una gravidanza su sei, cioè circa 21 milioni di donne (tra diabete preesistente e gestazionale) ogni anno.
Il ruolo del calore estremo, però, finora non era stato rilevato. “Studi recenti hanno dimostrato un’associazione tra l'esposizione prolungata al caldo estremo durante la gravidanza e un aumento del rischio di diabete gestazionale – spiega la professoressa Elena Succurro, ordinaria di Endocrinologia presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro e componente del Consiglio Direttivo della SID - L'esposizione durante finestre critiche, in particolare tra la 11° e la 18° settimana di gestazione, altera la regolazione degli zuccheri nel sangue e aumenta l'insulino-resistenza. Protezione dalle temperature estreme, idratazione attenta e adeguata, stretto monitoraggio metabolico diventano quindi strumenti importanti di prevenzione”.
Il caldo resta inoltre fortemente sospettato di svolgere un ruolo in alcune complicanze, come ad esempio il parto pretermine.
Nuove linee guida sul diabete in gravidanza
Lo scorso novembre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato le sue prime linee guida globali sulla gestione del diabete in gravidanza, sottolineando l’importanza di affrontare con il diabetologo il desiderio di maternità, per consentire una preparazione tempestiva e ottimizzare il controllo glicemico prima del concepimento. L’obiettivo è ridurre i rischi legati all’iperglicemia fin dalle prime fasi dello sviluppo embrionale.
A fine 2025 anche l’American Diabetes Association (ADA) ha rafforzato la raccomandazione di un approccio che integri pianificazione preconcezionale, individuazione precoce delle alterazioni glicemiche, monitoraggio e scelta individualizzata delle terapie.
L'ADA indica come obiettivo ideale un'emoglobina glicata (HbA1c) inferiore a 6,5% prima della gravidanza, se raggiungibile in sicurezza. Durante la gestazione, l'obiettivo ideale è generalmente un'HbA1c inferiore al 6%, che può arrivare fino a < 7% se necessario per prevenire ipoglicemie significative. Infine, le European Society of Endocrinology e l’Endocrine Society, hanno pubblicato le loro linee guida congiunte nel luglio 2025, dedicate specificamente alle donne con diabete di tipo 1 o di tipo 2, già presente prima della gravidanza.
“Per l’Italia – commenta la professoressa Succurro – la priorità e la sfida sono tradurre le indicazioni delle linee guida in percorsi strutturati e accessibili, omogenei in tutte le Regioni”.
Follow-up post-partum
Per le neomamme, il rischio-diabete non si esaurisce con la fine della gravidanza. “Anche quando la glicemia torna normale dopo il parto, queste donne mantengono un rischio significativamente aumentato di sviluppare diabete tipo 2 negli anni successivi: una donna su 5 di quelle che hanno avuto il diabete gestazionale, ha un rischio aumentato di sviluppare diabete di tipo 2, entro 10 anni dal parto – spiega la professoressa Succurro – La diagnosi di diabete gestazionale deve quindi diventare un'opportunità per avviare un percorso di prevenzione a lungo termine. Per questo è fondamentale eseguire la curva da carico orale di glucosio a 4-12 settimane dal parto e proseguire con controlli periodici”.
Il ruolo del “pancreas artificiale”
Un ruolo crescente nella gestione del diabete in gravidanza è riconosciuto alle tecnologie. L’OMS raccomanda il monitoraggio continuo del glucosio (sensore) nelle gestanti con diabete di tipo 1, dove fattibile. Le linee guida ESE–Endocrine Society suggeriscono inoltre, nel diabete di tipo 1, l’impiego di sistemi ibridi di somministrazione automatizzata dell’insulina, il cosiddetto “pancreas artificiale”, precisando che la scelta deve tenere conto dell’idoneità dello specifico sistema alla gravidanza e avvenire sotto la guida di un’équipe esperta.
Semaglutide e tirzepatide: grandi alleate della gravidanza prima, ma non (ancora) durante
Un nuovo consenso internazionale pubblicato nel settembre 2026 su The Lancet Obstetrics, Gynaecology & Women's Health evidenzia le potenzialità delle terapie incretiniche nel migliorare peso e compenso metabolico prima del concepimento. Una metanalisi su oltre 42.000 gravidanze esposte a questi farmaci (le donne in terapia co-incretine prima del concepimento, inconsapevolmente hanno continuato ad assumerle nelle primissime fasi della gravidanza) non ha rilevato un aumento statisticamente significativo di malformazioni congenite. Risultati tranquillizzanti, dunque, in caso di esposizione accidentale, ma non sufficienti a dimostrare la sicurezza dei farmaci durante la gestazione. In caso di gravidanza programmata, per ora resta l’indicazione di sospendere semaglutide almeno due mesi prima del concepimento e tirzepatide almeno un mese prima, a causa dell'insufficienza di dati sulla sicurezza materno-fetale, soprattutto in caso di esposizione prolungata oltre il primo trimestre.
Nel DNA nuovi indizi sul rischio di diabete gestazionale
“Nel corso della gestazione – ricorda la professoressa Succurro – l’organismo materno deve adattarsi a una progressiva riduzione della sensibilità all’insulina. Quando la produzione di insulina non riesce a compensare questa maggiore richiesta, può comparire il diabete gestazionale. Accanto ai fattori di rischio già riconosciuti, la ricerca sta approfondendo il possibile contributo dei meccanismi epigenetici, cioè di quei fattori in grado di regolare l'attività dei geni, senza modificarne la sequenza, ai processi che regolano il metabolismo del glucosio”. Alcune modificazioni epigenetiche sono state osservate già prima della diagnosi di diabete gestazionale e potrebbero aiutare, in futuro, a identificare precocemente le donne più vulnerabili. Non è però ancora chiaro se siano causa o conseguenza delle alterazioni metaboliche. “Al momento non esistono test epigenetici validati per lo screening clinico”, chiarisce la professoressa Succurro.
Accesso ai trattamenti
Quanto all’accesso ai trattamenti, la vera svolta si avrà quando questi saranno accessibili a ogni donna sul territorio nazionale. “Le innovazioni farmacologiche e tecnologiche offrono opportunità senza precedenti – ribadisce la professoressa Raffaella Buzzetti, presidente della SID – ma il vero progresso sarà renderle accessibili attraverso percorsi integrati tra diabetologi, ginecologi e medicina territoriale”.





