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Diabete, quando l’innovazione deve fare i conti con l’accesso alle cure

Sensori e infusori di nuova generazione aiutano i pazienti a gestire la malattia, ma non in tutte le regioni sono distribuiti in modo uguale. Intervista alla professoressa Formoso

Francesca Ferri

Gloria Formoso, direttrice dell’Unità operativa complessa territoriale di Endocrinologia e Malattie metaboliche dell’Asl di Pescara, membro del Consiglio direttivo della Società italiana di diabetologia, professoressa associata di Endocrinologia all’Unive

Gloria Formoso, direttrice dell’Unità operativa complessa territoriale di Endocrinologia e Malattie metaboliche dell’Asl di Pescara, membro del Consiglio direttivo della Società italiana di diabetologia, professoressa associata di Endocrinologia all’Unive

La tecnologia sta cambiando profondamente la gestione del diabete, offrendo a medici e pazienti strumenti sempre più avanzati per monitorare la glicemia e personalizzare le terapie. Ma insieme alle opportunità emergono nuove sfide: dall’accettazione dei dispositivi al rapporto tra paziente e medico, fino alle differenze nell’accesso alle tecnologie tra le diverse regioni italiane. Ne abbiamo parlato con Gloria Formoso, direttrice dell’Unità operativa complessa territoriale di Endocrinologia e Malattie metaboliche dell’Asl di Pescara e professoressa associata di Endocrinologia all’Università “d’Annunzio” di Chieti.

Professoressa Formoso, la collaborazione del paziente diabetico con il medico è fondamentale. In passato si inviavano le glicemie e si correggeva la terapia. Oggi c’è un engagement più forte. Come cambia la gestione del diabete, sia per il paziente che per il medico?

“Parto dal presupposto che la tecnologia sia imprescindibile oggi nella persona con diabete di tipo 1, perché i risultati sono ovvi. Ora, l’approccio della persona alla tecnologia non è mai scontato. Una donna mi disse: «Sono consapevole che non posso fare a meno del micro, ma avere una cosa del genere addosso mi ricorda sempre la mia condizione». Il catetere, le dimensioni dello strumento, ci sono. Per questo l’evoluzione va sempre verso un miglioramento.

Il rapporto tra medico e paziente cambia nelle varie fasi: si deve accompagnare il paziente, come si fa in tutte le terapie croniche. Quindi sicuramente occorre avere un rapporto molto onesto reciprocamente. Il medico deve proporre soluzioni, ma anche accettare le osservazioni del paziente, perché poi è il paziente a utilizzare lo strumento tutti i giorni.

Qui ci troviamo davanti a persone che non vogliono nemmeno il sensore, per vivere quella fase di ignoranza. Però bisogna fargli capire i vantaggi, che nulla è definitivo, che si può sempre cambiare. Una volta accettata la tecnologia, si inizia un rapporto molto di condivisione, fatto di problemi e soluzioni.

Quindi la persona con diabete ti racconta la sua difficoltà e insieme si trova una soluzione, grazie al fatto che abbiamo tante soluzioni, diverse e adattabili. Sa quante volte il paziente ci dà delle soluzioni? È spesso lui stesso che trova un modo di superare le difficoltà”.

Un terzo interlocutore è l’informatore o “Clinical Product Specialist”, un intermediario tra il medico diabetologo e l’industria che produce i presidi medici, come infusori e sensori. Come cambia, con l’ingresso di questa figura, il rapporto con il paziente?

“Lo specialist è in assoluto quello che conosce meglio lo strumento, fa vedere i passaggi, eccetera. Tutto ciò che è decisione clinico-terapeutica e rapporto medico-paziente resta. Da noi lo specialist non entra mai nell’attività. A volte, in alcuni passaggi, c’è un momento congiunto. Ma mai decisioni cliniche. La pratica a volte, però, purtroppo vede alcuni medici affidarsi molto per questioni di tempo”.

Quando escono sistemi nuovi di microinfusione o sensori, i pazienti vogliono, comprensibilmente, avere l’ultimo modello. Ma l’accesso a questi sistemi non è scontato. Ci sono i tempi burocratici, le gare, i piani terapeutici che devono andare a scadenza, alcuni prodotti in alcune regioni non sono disponibili. Come si può migliorare l’accesso?

“Il fatto dell’arrembaggio all’ultimo sistema non è vero: a volte il paziente si affeziona allo strumento, ci si trova bene. Poi magari alcuni, più attivi e social, chiedono il cambio. Se il paziente lo chiede, nei limiti del possibile si va incontro”.

Una delle principali barriere all’accesso ai presidi è la diversa organizzazione in ciascuna delle 20 regioni italiane, per cui un prodotto disponibile in una regione può non esserlo in un’altra, può arrivare più tardi e così via.

“In Italia ci sono 20 situazioni diverse e su questo problema c’è da fare tanto. Se mi trasferisco dall’Abruzzo al Lazio ho prodotti diversi. Alcuni strumenti possono essere prescritti in alcune regioni. In Abruzzo abbiamo, ad esempio, la soluzione del noleggio, che è una soluzione molto elastica. Quindi, per alcuni strumenti, è una situazione elastica. Ma non è così dappertutto. In alcune regioni ci sono commissioni che limitano il numero e gli aventi diritto.

L’equità di accesso alle cure è qualcosa a cui tutti dobbiamo ambire: oggi non c’è uniformità di accesso alla tecnologia. Devo dire che il governo, grazie alla presenza di persone sensibili al problema, è aperto”.