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Diabete, la rivoluzione delle cure è in atto. Buzzetti (SID): "Nessun paziente resti indietro"

Al via a Rimini il 31° congresso nazionale. La ricerca punta a vivere meglio e più a lungo, grazie a intelligenza artificiale, nuove molecole, farmaci che proteggono cuore, fegato e reni. Resta il nodo dell'accesso

Redazione

Professoressa Raffaella Buzzetti, presidente della SID, Società italiana di diabetologia

Professoressa Raffaella Buzzetti, presidente della SID, Società italiana di diabetologia


Meno allarmi per una glicemia che scende, terapie capaci di proteggere cuore e reni, diagnosi prima dei sintomi, farmaci innovatici contro l'obesità. E, per alcune persone con diabete di tipo 1, la prospettiva di non dover più ricorrere ogni giorno all’insulina dall’esterno. La diabetologia sta cambiando: l’obiettivo non è soltanto tenere sotto controllo la glicemia, ma prevenire le complicanze e ridurre il peso della malattia sulla vita quotidiana. Quanto di questa rivoluzione è già realtà e quanto, invece, resta una promessa? È una delle domande al centro del 31° Congresso nazionale della Società italiana di diabetologia (SID), in programma dal 28 al 31 ottobre al Palacongressi di Rimini, con il titolo “Conciliare efficacia ed efficienza”.

«La diabetologia sta vivendo in questi anni una delle trasformazioni più profonde della sua storia. Ma a questa rivoluzione scientifica si accompagna una questione fondamentale: come garantire che i progressi della ricerca raggiungano davvero tutte le persone che ne hanno bisogno?”, spiega la professoressa Raffaella Buzzetti, presidente della SID. "Per la prima volta abbiamo la possibilità di guardare al diabete con una prospettiva radicalmente diversa: non soltanto trattare la malattia quando si manifesta, ma anticiparne l’evoluzione, riconoscere le persone più a rischio e intervenire prima che le complicanze compromettano la loro salute».

Il programma scientifico è coordinato da Andrea Natali, con il contributo di Gian Paolo Fadini, e si sviluppa attorno a tre parole: "Anticipare, personalizzare, democratizzare".

Intelligenza artificiale, un aiuto nella vita quotidiana

L’intelligenza artificiale può rendere più utile la grande quantità di informazioni raccolte dai sensori che misurano il glucosio. Gli algoritmi possono aiutare a riconoscere gli andamenti della glicemia e a prevedere il rischio di ipoglicemia, cioè un abbassamento eccessivo dello zucchero nel sangue. In concreto, questo può aiutare a individuare una situazione pericolosa prima che diventi un’emergenza e a personalizzare il monitoraggio. Ma non significa che il dispositivo possa prendere ogni decisione al posto del medico o della persona con diabete.

«L’intelligenza artificiale può diventare un alleato straordinario del diabetologo, ma non deve e non potrà mai sostituirne il giudizio clinico», sottolinea Buzzetti. Servono studi rigorosi, verifiche di sicurezza e prove che gli strumenti funzionino anche nella pratica quotidiana. La sessione internazionale di apertura, il 28 ottobre, affronterà proprio queste opportunità e questi limiti, con la partecipazione di Tadej Battelino, dell’Università di Lubiana.

Obesità, non conta soltanto quanto peso si perde

Un’altra trasformazione riguarda il diabete di tipo 2 e l’obesità. Farmaci come semaglutide e tirzepatide hanno ampliato le possibilità di trattamento, mentre la ricerca lavora su nuove molecole, anche multi-agoniste, e su formulazioni orali. La sfida, però, non è soltanto perdere chili: è mantenere i risultati nel tempo, preservare la massa muscolare e ridurre il rischio metabolico e cardiovascolare.

«La cura dell’obesità non può essere ridotta a una gara a chi fa perdere più peso», osserva la presidente SID. Bisogna capire quanto del peso perso sia grasso e quanto massa muscolare, quali benefici ottenga la persona e quanto a lungo riesca a mantenerli. «L’obiettivo non è semplicemente dimagrire o controllare la glicemia, ma vivere più a lungo e meglio».

Diabete di tipo 1, la prospettiva di liberarsi dall'insulina

La frontiera più sorprendente è la terapia cellulare: l’idea è trapiantare cellule produttrici di insulina ottenute da cellule staminali, per ripristinare una funzione che il diabete di tipo 1 compromette. Se la strategia si dimostrasse sicura ed efficace nel tempo, per alcuni pazienti potrebbe significare non dover più fare le iniezioni quotidiane di insulina né utilizzare un microinfusore per somministrarla. Un cambiamento enorme, considerando che oggi la gestione della malattia può richiedere controlli frequenti della glicemia, attenzione ai pasti, all’attività fisica e al rischio di ipoglicemia.

I primi risultati sono incoraggianti, ma vanno letti con cautela. Nello studio di fase 1-2 su zimislecel, tra i 12 partecipanti che avevano ricevuto la dose piena e valutati a un anno, 10, pari all’83%, avevano raggiunto l’indipendenza dall’insulina esterna. Non significa, però, che esista già una cura disponibile per tutti o che si possa smettere automaticamente di controllare la glicemia: il dato riguarda un gruppo molto piccolo e un periodo limitato. Inoltre, il trattamento richiede una terapia immunosoppressiva, che comporta rischi. La ricerca sta studiando anche cellule geneticamente modificate per renderle meno vulnerabili all’attacco del sistema immunitario.

«Siamo di fronte a risultati che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza», commenta Buzzetti, invitando però a non alimentare aspettative premature. «Non disponiamo ancora di una cura cellulare applicabile su larga scala a tutte le persone con diabete di tipo 1». Sicurezza a lungo termine, costi e accessibilità restano questioni decisive.

Su questo tema una sessione internazionale coordinata da Piero Marchetti e Lorenzo Piemonti approfondirà queste prospettive, con gli interventi di Eelco de Koning, dell'Università di Leiden e Hanne Scholz, Oslo University Hospital.

 Scoprire la malattia prima che compaiano i sintomi

Anticipare significa anche identificare il diabete di tipo 1 prima che si manifesti. La ricerca degli autoanticorpi può individuare un processo autoimmune quando il bambino non ha ancora sintomi. L’Italia, con la legge 130 del 2023, ha aperto la strada allo screening pediatrico per il diabete di tipo 1 e la celiachia. Riconoscere precocemente il rischio permette di organizzare il monitoraggio e può ridurre la probabilità che la malattia esordisca con una chetoacidosi, una complicanza grave. Perché lo screening sia davvero utile, tuttavia, devono esserci percorsi chiari di presa in carico e assistenza.

La cura, inoltre, non si misura più soltanto dal valore della glicemia. Alcuni farmaci, come le gliflozine e determinate terapie basate sulle incretine, hanno dimostrato benefici anche per cuore e reni; cresce inoltre l’attenzione per le malattie metaboliche del fegato. «Per molti anni abbiamo misurato il successo terapeutico soprattutto attraverso l’emoglobina glicata», ricorda Buzzetti. «Oggi dobbiamo misurarlo anche in numero di infarti, scompensi cardiaci e progressione della malattia renale evitati, nella prevenzione delle complicanze e negli anni di vita in buona salute guadagnati».

Resta, infine, il problema dell’accesso alle innovazioni: sensori, microinfusori e nuovi farmaci non sono necessariamente disponibili in modo uniforme. «Non possiamo accettare una diabetologia a due velocità», avverte la presidente SID. «L’innovazione non deve dipendere dal codice postale, dal reddito o dalla capacità del singolo paziente di orientarsi nel sistema sanitario». Perché, conclude, «la vera misura dell’innovazione non è quanto lontano riesce ad arrivare la scienza, ma quante persone riesce a raggiungere». Una sessione internazionale, presieduta da Raffaella Buzzetti e Paolo Fiorina, affronterà una domanda cruciale: siamo pronti per uno screening nazionale?