La Stampa
Il Tirreno
La Nuova Sardegna
Gazzetta di Reggio
Gazzetta di Modena
La Nuova Ferrara
La Provinca Pavese
Abruzzo Daily
Mamme Magazine
Erasmag
Cuore e Colesterolo

Infarto del miocardio, cambia la definizione: non basta la troponina, conta la causa

Arriva la Quinta Definizione Universale 2026: via la vecchia classificazione numerica, ecco tre categorie più intuitive. Riconosciuta la specificità delle donne

Daniela de Feo (direttore medico editorialista)

(Magnific)

(Magnific)

Per anni abbiamo parlato di infarto di tipo 1, tipo 2, tipo 3, tipo 4 o tipo 5. Dal 2026 cambia il linguaggio, ma soprattutto cambia il modo di ragionare sulla diagnosi.

La Quinta Definizione Universale dell’Infarto Miocardico, elaborata congiuntamente da European Society of Cardiology (ESC), American College of Cardiology (ACC), American Heart Association (AHA) e World Heart Federation (WHF), propone una classificazione più semplice e più vicina alla pratica clinica.

L’obiettivo oggi è passare da “che tipo di infarto è?”  a “Che cosa ha provocato il danno al cuore?”, domanda molto più utile per il paziente.

La nuova impostazione distingue infatti tre grandi scenari: infarto primario, infarto secondario e infarto correlato a una procedura cardiaca.

Prima cosa da sapere:  avere la troponina alta non significa automaticamente infarto

È probabilmente il messaggio più importante anche per chi non è medico.

La troponina cardiaca è una proteina presente nelle cellule del muscolo del cuore e coinvolta nel meccanismo che permette al miocardio di contrarsi. Quando le cellule cardiache subiscono una sofferenza o una lesione, una parte della troponina viene rilasciata nel sangue e può essere misurata attraverso un semplice prelievo.

In breve: un aumento della troponina non equivale automaticamente a un infarto, ci dice solo che il cuore può aver subito un danno ma non ci dice, da sola, perché quel danno è avvenuto.

La nuova definizione ribadisce con maggiore forza la distinzione tra danno miocardico e infarto miocardico.

La diagnosi clinica richiede quindi che il danno miocardico acuto sia associato ad almeno un elemento compatibile con l’ischemia: sintomi, modificazioni ischemiche dell’elettrocardiogramma, evidenza di una patologia coronarica acuta oppure una nuova perdita di miocardio vitale o un’alterazione della contrattilità compatibile con un’origine ischemica.

Danno miocardico e infarto miocardico non sono la stessa cosa. Il danno miocardico indica una sofferenza o lesione delle cellule del cuore, documentata dall’aumento della troponina. L’infarto è invece una forma specifica di danno miocardico acuto causata da ischemia, cioè da un apporto di sangue e ossigeno insufficiente al muscolo cardiaco.

Elaborazione grafica SAE Salute con supporto di AI, 2026, da: Mills NL, Newby LK, Zaman S, et al. Fifth Universal Definition of Myocardial Infarction European Heart Journal, 2026<div data-empty="true"><br></div>

Perché la troponina può aumentare anche senza infarto

Esistono numerose condizioni in grado di provocare un danno miocardico acuto senza una vera ischemia coronarica.

Tra queste figurano miocardite, scompenso cardiaco acuto, embolia polmonare, aritmie importanti, ipertensione severa, sepsi, sindrome di Takotsubo, ictus, attività fisica molto intensa e alcune terapie cardiotossiche.

È proprio qui che la nuova definizione cerca di ridurre un problema diagnostico importante: chiamare infarto ciò che infarto non è.

Una troponina elevata resta un segnale da prendere seriamente e da interpretare nel contesto clinico. Ma oggi più che mai il valore di laboratorio deve essere letto insieme a sintomi, ECG, storia del paziente e imaging.

La grande novità: tre categorie invece dei vecchi numeri

La precedente classificazione distingueva gli infarti in tipi 1, 2, 3, 4a, 4b, 4c e 5. La Quinta Definizione non è soltanto un cambio di nome ma sostituisce questo sistema con tre categorie cliniche per riflettere meglio il meccanismo fisiopatologico responsabile dell’evento e rendere più coerente la diagnosi con il trattamento necessario.

Immagine rielaborata e tradotta in italiano da SAE Salute con supporto di AI, da: Mills NL, Newby LK, Zaman S, et al. Fifth Universal Definition of Myocardial Infarction European Heart Journal, 2026

1. Infarto primario: quando il problema nasce nella coronaria

È lo scenario che più facilmente associamo alla parola “infarto”.

L’evento compare spontaneamente perché si verifica una patologia coronarica acuta.

La causa più frequente resta l’aterotrombosi: una placca aterosclerotica si rompe o si erode e si forma un trombo che ostacola il flusso di sangue.

Ma la nuova categoria di infarto primario è più ampia e comprende anche:

dissezione coronarica spontanea (SCAD), embolia coronarica, vasospasmo, oltre a restenosi, trombosi di stent o fallimento di un bypass quando si verificano oltre 30 giorni dalla procedura originaria.

Questa modifica è particolarmente interessante perché riconosce che non tutti gli infarti nascono dalla classica rottura di una placca aterosclerotica.

È un punto importante anche per le donne: il documento richiama espressamente la SCAD come causa da considerare in particolare nelle donne sotto i 50 anni e durante gravidanza o periodo post-partum.

2. Infarto secondario: quando il cuore soffre per un’altra emergenza

Il secondo scenario è molto diverso. Qui il problema non nasce necessariamente da una coronaria che improvvisamente si occlude. È un’altra condizione acuta a creare uno squilibrio tra quanto ossigeno il cuore necessita e quanto ne riceve.

Può accadere, per esempio, in presenza di: grave anemia, ipossia, ipotensione, tachicardia importante o ipertensione severa (Fifth Universal Definition of M.)

La nuova definizione chiede però criteri più stringenti per chiamare questo quadro “infarto secondario”.

Non basta che una persona gravemente malata abbia troponina elevata.

Quando possibile, è necessario dimostrare anche una coronaropatia ostruttiva senza patologia coronarica acuta oppure una nuova alterazione della contrattilità del cuore o una perdita di miocardio vitale compatibile con ischemia.

Il principio è importante: nei pazienti con infezioni severe, emorragie, aritmie o altre condizioni critiche il danno cardiaco è relativamente frequente, ma non ogni danno cardiaco è un infarto.

3. Infarto correlato a procedura: cambiano i criteri

La terza categoria riguarda gli eventi che compaiono come complicanza di una procedura cardiaca, percutanea o chirurgica.

La nuova definizione considera correlato a procedura l’infarto che insorge per una complicanza cardiaca entro 30 giorni dall’intervento.

Qui avviene uno dei cambiamenti tecnici più rilevanti.

In passato venivano utilizzate soglie prestabilite di troponina: per esempio multipli del limite superiore di riferimento dopo angioplastica o bypass.

Il problema è che dopo una procedura cardiaca un certo rilascio di troponina è estremamente comune e può dipendere dalla manipolazione stessa del cuore.

Per questo la Quinta Definizione sposta l’attenzione dal semplice numero al meccanismo: servono elementi oggettivi come evidenza angiografica di una complicanza coronarica e/o imaging capace di documentare una nuova alterazione compatibile con ischemia.

La Società Italiana di Medicina Legale sintetizza bene il cambiamento: il baricentro diagnostico si sposta dalla soglia biochimica al meccanismo fisiopatologico documentato mediante imaging.

Quindi la troponina diventa meno importante?

La risposta è no. La troponina resta un pilastro della diagnosi dell’infarto. La novità è che deve essere interpretata meglio.

La dimostrazione di danno miocardico acuto attraverso aumento e/o diminuzione della troponina rimane essenziale. La Quinta Definizione ribadisce inoltre l’utilizzo dei test ad alta sensibilità e introduce percorsi diagnostici accelerati per valutare più rapidamente chi arriva in Pronto Soccorso con un possibile infarto.

Ma il risultato di laboratorio non deve essere isolato dal resto della storia clinica.

Una novità importante per le donne: soglie di troponina specifiche per sesso

Un'altra indicazione che assume particolare rilievo nella medicina di genere. La concentrazione di troponina nella popolazione sana non è identica negli uomini e nelle donne.

La Quinta Definizione ribadisce quindi che il limite della troponina utilizzato per identificare un danno miocardico deve essere specifico per sesso.

Nelle donne il limite superiore di riferimento è generalmente inferiore rispetto agli uomini. Utilizzare un valore unico aumenta il rischio di una sottodiagnosi del danno miocardico e dell'infarto nelle pazienti di sesso femminile.

Questo è un esempio concreto di come la medicina di genere possa modificare un processo diagnostico apparentemente “oggettivo” come un esame del sangue.

STEMI, NSTEMI e MINOCA: cosa significano e cosa cambia davvero

Le nuove definizioni non cancellano le sigle che i cardiologi usano da anni, ma le inseriscono in un quadro più preciso.

STEMI significa infarto miocardico con sopraslivellamento del tratto ST: all’elettrocardiogramma compare una particolare alterazione che spesso segnala una occlusione acuta di una coronaria. È una situazione che può richiedere un intervento molto rapido per riaprire il vaso e ripristinare il flusso di sangue al cuore.

NSTEMI significa invece infarto miocardico senza sopraslivellamento del tratto ST. Anche in questo caso il muscolo cardiaco subisce un danno ischemico, ma l’ECG non mostra la classica elevazione del tratto ST. Per questo la diagnosi si costruisce mettendo insieme sintomi, troponina, ECG e, quando necessario, imaging cardiaco.

La nuova classificazione risponde oggi a una domanda diversa: non tanto come appare l’infarto all’ECG, ma quale meccanismo lo ha provocato.

Le due classificazioni quindi non si sostituiscono: si completano.

Perché l’ECG da solo non basta sempre

L’elevazione del tratto ST resta un segnale fondamentale, ma non tutte le occlusioni coronariche acute producono il quadro classico dello STEMI.

La Quinta Definizione ricorda che fino a circa un paziente su quattro inizialmente gestito come NSTEMI può avere in realtà un’occlusione acuta della coronaria responsabile dell’infarto, pur senza la tipica elevazione del tratto ST all’ECG.

È per questo che oggi la diagnosi non si basa su un singolo esame, ma sull’integrazione di sintomi, ECG, andamento della troponina e imaging.

MINOCA: quando le coronarie non risultano ostruite

Un altro termine importante è MINOCA.

Tradizionalmente indicava un infarto in presenza di coronarie non stenotiche o ostruttive significative. La Quinta Definizione aggiorna però il concetto e preferisce parlare di danno miocardico con coronarie non ostruttive.

Perché questa precisazione? Perché MINOCA non identifica automaticamente una causa definitiva. In molti casi, approfondendo gli esami, emerge che il danno cardiaco può dipendere da condizioni diverse dall’infarto classico, come miocardite, sindrome di Takotsubo o cardiomiopatie.

Per questo MINOCA va considerata soprattutto una diagnosi di lavoro: un punto di partenza che richiede ulteriori accertamenti per capire cosa sia realmente accaduto.

In questi casi la risonanza magnetica cardiaca può essere particolarmente utile, perché aiuta a distinguere un vero infarto da altre cause di danno miocardico.

In sintesi: STEMI e NSTEMI descrivono soprattutto come l’infarto si presenta all’ECG. La nuova classificazione spiega invece perché è avvenuto. MINOCA, infine, segnala un danno cardiaco con coronarie non ostruttive che deve essere ancora interpretato.[DFD1]

Cambiano anche le parole sui sintomi

La nuova definizione propone inoltre di abbandonare la distinzione semplicistica tra sintomi “tipici” e “atipici”.

Il dolore o fastidio toracico resta il sintomo più frequente dell’infarto in uomini e donne, ma alcuni pazienti possono presentarsi con dolore a mandibola, collo, braccio o schiena oppure con fiato corto, palpitazioni, nausea e vomito.

Definire queste manifestazioni “atipiche” può essere fuorviante, soprattutto nelle donne, nelle quali i sintomi aggiuntivi sono più frequenti e possono contribuire a ritardi nella diagnosi.

Cosa cambia davvero per il paziente

Per chi arriva in Pronto Soccorso con dolore al petto, il percorso iniziale resta sostanzialmente lo stesso: valutazione rapida, ECG, troponina e, quando necessario, coronarografia o altri esami di imaging.

 

La vera novità è nel ragionamento clinico: non basta più chiedersi se la troponina sia aumentata, ma perché è aumentata e quale meccanismo abbia provocato il danno, per scegliere il trattamento più appropriato.

Elaborazione grafica SAE Salute con supporto di AI, 2026, da: Mills NL, Newby LK, Zaman S, et al. Fifth Universal Definition of Myocardial Infarction European Heart Journal, 2026

La nuova definizione non rende l’infarto più complicato prova, al contrario, a renderlo più preciso.

“Un valore alterato racconta che qualcosa è accaduto al cuore. Capire se si tratta davvero di un infarto, e soprattutto perché è avvenuto, è ciò che permette di scegliere la cura giusta.”

Bibliografia

Mills NL, Newby LK, Zaman S, et al. Fifth Universal Definition of Myocardial Infarction (2026). European Heart Journal, 2026

ESC/ACC/AHA/WHF Task Force. Fifth Universal Definition of Myocardial Infarction – What is new, 2026

CardioInfo. Quinta definizione universale di infarto miocardico: le novità. Intervista a Sarah Zaman, 28 agosto 2026

Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni (SIMLA), La Quinta Definizione Universale dell’Infarto Miocardico (2026): cosa cambia, che cosa significa in sede autoptica, che cosa implica sotto il profilo medico-legale, aggiornamento 16 settembre 2026