
Sanità, 18,8 miliardi di euro di tagli invisibili: un italiano su dieci rinuncia alle cure
Presentato a Roma il 9° rapporto Gimbe: diritto alla salute sempre più condizionato da reddito e residenza

Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, in occasione della presentazione del 9° Rapporto Gimbe sul Servizio sanitario nazionale alla Camera dei deputati, Roma, il 7 ottobre 2026 (Mauro Scrobogna / LaPresse)
Quasi un italiano su dieci rinuncia ad almeno una visita specialistica o a un esame diagnostico a causa di lunghe liste d’attesa oppure per motivi economici, o per entrambe le cose. Il Sistema sanitario nazionale è sempre meno attrattivo per medici e infermieri, tanto che un medico su quattro e un infermiere su cinque preferiscono lavorare nel privato, e una buona parte del calo di spesa per sanità è dovuto alle dimissioni del personale. E se è vero che aumentano le Regioni che garantiscono i Livelli essenziali di assistenza (Lea), passando da 13 a 18, non ci sono abbastanza soldi per tradurre le intenzioni sulla carta in effettive prestazioni, per lo meno in alcune regioni italiane, tanto che rimane un divario importante tra Nord e Sud nell’offerta dei servizi sanitari.
Insomma, la capacità del Sistema sanitario nazionale di assicurare cure tempestive ed eque ai cittadini si indebolisce progressivamente.
È questa la fotografia scattata dal 9° Rapporto Gimbe sul Servizio sanitario nazionale, presentato oggi a Roma alla Camera dei deputati. La presentazione quest’anno cade nel 30° anniversario della Fondazione.
Un rapporto tra luci e ombre. E, nel chiaroscuro, il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, ha illustrato anche la ricetta che Gimbe propone a difesa del Sistema sanitario nazionale. “Per difendere il Servizio sanitario nazionale dobbiamo partire dai diritti, e il diritto alla salute è un diritto fondamentale che condiziona a cascata l'esigibilità di tutti gli altri diritti fondamentali”, ha detto in apertura del suo lungo intervento il presidente Cartabellotta.
Il finanziamento del SSN
Tra il 2023 e il 2026 il Fondo sanitario nazionale è cresciuto nominalmente di 17,5 miliardi di euro, passando da 125,4 a 142,9 miliardi. Ma se si rapporta il finanziamento alla ricchezza prodotta dal Paese emerge un quadro diverso. Nel 2022 il FSN rappresentava il 6,27% del Pil; negli anni successivi la quota è rimasta intorno al 6%, arrivando al 6,14% nel 2026.
Secondo i calcoli effettuati dagli analisti di GIMBE, che – va ricordato – è una organizzazione non profit – se il rapporto tra FSN e Pil fosse rimasto invariato rispetto al 2022, nel quadriennio 2023-2026 il SSN avrebbe avuto a disposizione 18,8 miliardi di euro in più. Sono i cosiddetti «tagli invisibili»: non riduzioni nominali del finanziamento, ma risorse inferiori rispetto a quelle che sarebbero state disponibili mantenendo costante la quota di ricchezza destinata alla sanità.
Anche il confronto internazionale evidenzia il divario. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana equivaleva al 6,2% del Pil, contro il 7,1% della media OCSE. La spesa pubblica sanitaria pro capite era di 3.952 dollari a parità di potere d'acquisto, 909 in meno della media OCSE e 1.013 in meno di quella europea. L'Italia risultava inoltre ultima tra i Paesi del G7 per spesa sanitaria pubblica pro capite.
Il quadro potrebbe peggiorare nel prossimo triennio. Il Documento programmatico di finanza pubblica 2026 prevede una spesa sanitaria in rapporto al Pil in calo dal 6,4% del 2026 al 6,3% nel periodo 2027-2029. Secondo le stime GIMBE, nel 2029 il divario tra previsione di spesa sanitaria e finanziamento del FSN arriverebbe a 14 miliardi; complessivamente, nel triennio 2027-2029, la forbice raggiungerebbe 32,3 miliardi di euro.
Dati che, non lo ha nascosto il presidente Cartabellotta, occorre tenere in seria considerazione, visto l’appuntamento elettorale del prossimo anno.
42,4 miliardi pagati direttamente dalle famiglie
Nel 2025 la spesa sanitaria complessiva italiana è stata di 190,1 miliardi di euro: 140,8 miliardi di spesa pubblica, 42,4 miliardi sostenuti direttamente dalle famiglie e circa 7 miliardi intermediati da fondi sanitari, assicurazioni e altri soggetti. “Se il Servizio pubblico arretra, fondi e assicurazioni rischiano di diventare una corsia preferenziale per chi dispone di una copertura”, mette in guardia Cartabellotta, che invoca “regole, trasparenza e vigilanza affinché la sanità integrativa completi le tutele del Ssn senza sostituirle né ampliare le diseguaglianze”.
Rispetto al 2024 la spesa out-of-pocket è diminuita dell'1%, mentre quella intermediata è cresciuta del 10,1%. In particolare, la spesa per assicurazioni sanitarie volontarie è aumentata del 12,7%, raggiungendo 5,29 miliardi di euro. GIMBE avverte però del rischio che fondi e assicurazioni diventino una sorta di corsia preferenziale per chi dispone di una copertura integrativa, aumentando le disuguaglianze invece di limitarle.
Quasi 6 milioni di persone rinunciano alle cure
Uno degli indicatori più significativi riguarda l'accesso alle prestazioni. Secondo dati Istat, nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato ad almeno una visita o un esame. Nel 2023 erano il 7,6%.
Circa 4 milioni hanno indicato come motivo i tempi di attesa e 3,1 milioni le difficoltà economiche, con possibilità di indicare entrambe le cause. Per GIMBE, questo fenomeno rappresenta un vero e proprio «debito sanitario»: i bisogni di salute a cui non viene data risposta non compaiono nella spesa sanitaria, ma possono produrre conseguenze sanitarie, economiche e sociali nel tempo.
LEA: migliorano i numeri, restano le differenze
Nel 2024 risultano adempienti ai Livelli essenziali di assistenza 18 Regioni e Province autonome su 21, contro le 13 del 2023. «Finalmente – commenta Cartabellotta – dal 30 ottobre 2026 saranno in vigore i LEA aggiornati, dopo un’attesa di quasi 10 anni. Tuttavia, inserire una nuova prestazione nei LEA non equivale a renderla accessibile a tutti: bisogna garantire che le Regioni siano effettivamente in grado di erogarla in modo tempestivo e uniforme».
Sei delle 18 realtà considerate adempienti presentano infatti almeno una macro-area con un punteggio compreso tra 60 e 69. Le disuguaglianze territoriali emergono anche dalla mobilità sanitaria: nel 2023 ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, il valore più alto dal 2010.
Personale: 36,8 miliardi in meno rispetto al 2012
La crisi riguarda anche il personale. Nel 2025 la spesa per il personale dipendente e convenzionato è stata di 52,2 miliardi, ma la sua quota sulla spesa sanitaria pubblica è scesa dal 39,7% del 2012 al 36,9%.
Secondo GIMBE, se questa percentuale fosse rimasta invariata, tra il 2012 e il 2025 sarebbero stati destinati al personale 36,8 miliardi in più.
Il problema non è soltanto quantitativo. L'Italia ha 5,8 medici ogni mille abitanti, contro i 4 della media OCSE, ma almeno il 26,1% dei medici censiti dall'OCSE non lavora nel SSN né è inserito in un percorso formativo post-laurea. Ancora più marcato è il problema degli infermieri: sono 6,9 ogni mille abitanti contro 9,7 della media OCSE e il 19,6% di quelli censiti non lavora nel SSN.
«Se oltre 1 medico su 4 – afferma Cartabellotta – non lavora nel SSN né è inserito in percorsi formativi post-laurea, è evidente che il servizio pubblico fatica sempre più ad attrarre e trattenere i medici. Aumentare i posti nei Corsi di Laurea di Medicina non garantisce quindi più medici al SSN, in particolare nelle specialità e nei territori dove servono».
La crescita del privato
Il rapporto segnala infine l'espansione del «secondo binario» della sanità. Tra il 2016 e il 2024 la spesa out-of-pocket presso strutture private non accreditate è aumentata del 169%, passando da 3,05 a 8,2 miliardi di euro. Nel 2024 ha raggiunto 8,2 miliardi anche la spesa presso le strutture accreditate.
Per GIMBE, il rischio è che si consolidi un sistema nel quale l'accesso alle prestazioni dipende sempre più dalla possibilità di pagare direttamente, ricorrere a un fondo sanitario o sottoscrivere una polizza.
Il PNRR: obiettivi raggiunti, ma da verificare gli effetti
Sul fronte della Missione 6 Salute del PNRR, il Governo ha trasmesso il 29 settembre alla Commissione europea la decima e ultima richiesta di pagamento, comprendente nove target e una milestone. GIMBE sottolinea tuttavia che, sulla base delle informazioni pubblicamente disponibili, il raggiungimento degli obiettivi non è integralmente verificabile: per tre target esistono evidenze sufficienti, mentre per gli altri sette mancano informazioni pubbliche abbastanza dettagliate.
«In ogni caso – precisa Cartabellotta – la validazione europea di tutti i target non potrà dimostrare, da sola, che il PNRR abbia migliorato l’assistenza sanitaria. Dal 2027 bisognerà verificare se i servizi sono realmente operativi, se dispongono di personale adeguato e quale impatto producono su accesso, esperienza dei pazienti, esiti di salute ed efficienza del SSN».
Il piano di rilancio e i programmi elettorali sotto la lente di Gimbe
Non solo analisi ma anche proposte.
GIMBE propone un Piano di Rilancio del SSN articolato in 16 linee di intervento, che comprende finanziamento pubblico, riduzione dei divari territoriali, aggiornamento e applicazione uniforme dei LEA, personale, assistenza territoriale, prevenzione, digitalizzazione, ricerca e governance del rapporto tra pubblico e privato.
«Nel 2027 – spiega il presidente – il Piano di Rilancio sarà il nostro riferimento per analizzare i programmi sulla sanità di tutte le forze politiche alle prossime elezioni. Perché i cittadini hanno il diritto di conoscere azioni e omissioni della politica nella tutela della loro salute».
«A quasi 48 anni dall’istituzione del SSN – conclude Cartabellotta – il diritto alla tutela della salute rimane fondamentale sulla Carta, ma è sempre meno esigibile nella vita reale. Un’involuzione che indebolisce i princìpi di universalità ed equità: disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle cure, ampliando il divario tra chi può pagare e chi è costretto ad attendere o a rinunciare. Il SSN continua formalmente a funzionare, ma perde progressivamente la capacità di garantire cure accessibili a tutti, mettendo a rischio il patto sociale tra cittadini e istituzioni. La crisi del SSN non è più solo un problema sanitario, ma ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese. La politica deve quindi chiarire quale modello di sanità intende lasciare alle future generazioni e con quali risorse e riforme renderlo concreto. Per la Fondazione GIMBE, rilanciare il SSN è un imperativo etico: significa preservare uno strumento di democrazia e coesione sociale e una leva per lo sviluppo economico del Paese. È attraverso il SSN che la Repubblica rende concreto il principio di uguaglianza tra le persone: la salute non è un privilegio riservato a chi può permetterselo, ma un diritto costituzionale che deve essere garantito a tutti».


