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Parkinson e sistema immunitario: il ruolo dell'Alzheimer nei casi più gravi

Uno studio dell’Università di Roma Tor Vergata e dell’Irccs Neuromed, condotto su 47 pazienti, apre alla possibilità di individuare nuovi indicatori utili per una medicina più personalizzata

Redazione

Da sinistra Matteo Conti, Diego Centonze e Tommaso Schirinzi

Da sinistra Matteo Conti, Diego Centonze e Tommaso Schirinzi

Perché alcune persone sviluppano forme di Parkinson più aggressive di altre? La risposta potrebbe arrivare da un recente studio italiano che ha messo a fuoco un comportamento finora sconosciuto delle cellule immunitarie del sangue, quando il Parkinson, nelle prime fasi, è associato alla Malattia di Alzheimer. E che potrebbe contribuire a individuare dei sottotipi di Parkinson, utili per una medicina personalizzata. 

La ricerca nasce dal fatto che il Parkinson non si presenta con le stesse caratteristiche in tutti i pazienti che ne sono colpiti. In alcuni è accompagnato, sin dalle prime fasi, anche da alterazioni neuropatologiche caratteristiche della Malattia di Alzheimer, una combinazione che si associa ad un’evoluzione clinica generalmente più sfavorevole. Ora uno studio dell’Università di Roma Tor Vergata e dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli, in collaborazione con IRCCS Santa Lucia, pubblicato sulla rivista npj Parkinson’s Disease, ha individuato in questi pazienti un particolare comportamento delle cellule immunitarie presenti nel sangue, caratterizzato da una maggiore attività e da una risposta infiammatoria più intensa. Insomma, cellule più laboriose, con la conseguenza di accentuare, nel paziente, i disturbi motori e non motori.

La malattia di Parkinson è una condizione molto complessa, in cui diversi sistemi dell’organismo interagiscono e possono determinare un’evoluzione clinica molto diversa da persona a persona. Il cervello può andare incontro a processi neurodegenerativi articolati, aggravati in alcuni casi da alterazioni tipiche della malattia di Alzheimer, una condizione definita “copatologia”. D'altro canto è sempre più evidente il ruolo del sistema immunitario nell’innescare e alimentare la neurodegenerazione. Comprendere queste dinamiche è fondamentale per chiarire perché alcune persone sviluppino forme di Parkinson più aggressive e per immaginare approcci terapeutici più mirati.

Lo studio, supportato da un finanziamento PRIN del Ministero dell’Università e Ricerca, ha coinvolto 47 persone con malattia di Parkinson nelle fasi iniziali e 50 persone sane. Attraverso l’analisi dei biomarcatori liquorali, ovvero i livelli di alcune proteine presenti nel liquido che circola nel sistema nervoso centrale, i ricercatori hanno identificato, tra i pazienti con Parkinson, 15 persone che presentavano copatologia Alzheimer e 32 che non la presentavano. Hanno poi studiato il sangue dei partecipanti, esaminando i mediatori dell’infiammazione, la distribuzione dei diversi tipi di cellule immunitarie e il modo in cui queste producono energia. Il confronto con le persone sane ha permesso di osservare i cambiamenti associati al Parkinson, mentre quello tra i due gruppi di pazienti ha messo in evidenza caratteristiche strettamente legate alla presenza della copatologia Alzheimer.

È emerso che le persone con Parkinson e copatologia Alzheimer mostravano, rispetto a quelle senza copatologia, disturbi motori e non-motori più accentuati, ma soprattutto alterazioni più marcate del sistema immunitario periferico. In particolare, questo gruppo di pazienti presentava una risposta infiammatoria più intensa e un aumento della produzione di energia da parte dei globuli bianchi. Cambiava inoltre l’equilibrio tra le diverse popolazioni cellulari, con una riduzione delle cellule che contribuiscono a regolare la risposta immunitaria e un aumento di quelle coinvolte nelle reazioni infiammatorie, che risultavano anche maggiormente reattive.

“Quello che abbiamo osservato - spiega il professor Tommaso Schirinzi, Università Tor Vergata e I.R.C.C.S. Neuromed - è che la presenza di copatologia Alzheimer si accompagna a cambiamenti importanti del sistema immunitario, già dalle prime fasi del Parkinson. È come se vi fosse una riprogrammazione delle cellule immunitarie circolanti verso un assetto di maggiore attività e reattività, che potrebbe essere legata al maggiore carico di neurodegenerazione e al più rapido declino clinico che subiscono queste persone, sebbene sia ora necessario condurre studi di conferma più ampi e strutturati.”

“Uno degli obiettivi più urgenti della ricerca sul Parkinson – commenta il professor Diego Centonze Vice Direttore Scientifico dell’IRCCS Neuromed e professore ordinario di Neurologia dell'Università di Roma Tor Vergata - è comprendere sempre meglio le differenze tra i pazienti, per arrivare a trattamenti più mirati. I risultati di questo studio aprono una prospettiva interessante: le cellule immunitarie nel sangue potrebbero offrire nuovi indicatori utili a identificare precocemente alcuni sottotipi della malattia e, allo stesso tempo, suggerire nuovi bersagli su cui intervenire con future terapie”.

Bibliografia

Mascioli, D., Nesci, V., Veltri, F. et al. A distinct immunometabolic signature defines early-stage Parkinson’s disease with Alzheimer’s disease co-pathology. npj Parkinsons Dis. (2026)