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Terapie Innovative

Tumore dell’endometrio, dall’ESMO 2026 due studi che cambiano la storia: l’Italia protagonista

Sette mesi di vita in più con un nuovo anticorpo-farmaco coniugato per le pazienti in cui siano fallite le terapie precedenti, e la possibilità di evitare la chemio in altre in fase metastatica: le novità dall'ESMO

Maria Rita Montebelli

Domenica Lorusso, direttrice del Programma di Ginecologia oncologica dell’IRCCS Humanitas San Pio X e professoressa ordinaria di Ginecologia alla Humanitas University (@SAE Salute)

Domenica Lorusso, direttrice del Programma di Ginecologia oncologica dell’IRCCS Humanitas San Pio X e professoressa ordinaria di Ginecologia alla Humanitas University (@SAE Salute)

Sette mesi di sopravvivenza mediana in più per le donne con un tumore dell’endometrio avanzato che ha continuato a progredire nonostante la chemioterapia e l’immunoterapia. E la possibilità, per alcune pazienti in fase metastatica, di tenere sotto controllo la malattia a lungo, senza ricorrere alla chemioterapia. Sono i due risultati più importanti presentati oggi al congresso della Società europea di oncologia medica (ESMO), in corso a Madrid, e pubblicati contemporaneamente su The Lancet. Due studi internazionali di fase 3, entrambi realizzati con il significativo contributo della ricerca italiana, aprono nuove prospettive per una malattia poco sotto la luce dei riflettori.

Il tumore dell’endometrio (si sviluppa dal ‘rivestimento’ interno dell’utero) è il quarto tumore più frequente nelle donne italiane, con circa 8.650 nuovi casi nel 2024. Nella maggior parte dei casi viene individuato quando è ancora possibile intervenire chirurgicamente. Ma quando si presenta in fase metastatica o ritorna dopo le cure, le possibilità terapeutiche si restringono. Ed è proprio per questi contesti difficili che arrivano le novità più interessanti.

Un farmaco che porta la chemioterapia direttamente alle cellule tumorali. La prima riguarda sacituzumab tirumotecan, o sac-TMT, un anticorpo farmaco-coniugato (ADC), una delle classi di farmaci più promettenti dell’oncologia moderna. Il principio è quello di utilizzare un anticorpo come sistema di trasporto per veicolare direttamente alle cellule tumorali un potente agente citotossico. In questo caso il bersaglio è TROP2, una proteina presente sulla superficie di molte cellule tumorali.

Lo studio internazionale TroFuse-005, condotto su 776 donne, seguite presso 242 centri di 31 Paesi, ha confrontato il nuovo farmaco con la chemioterapia tradizionale (a base di doxorubicina o paclitaxel), in pazienti nelle quali il tumore era progredito dopo precedenti trattamenti con platino e immunoterapia.

E i risultati sono molto interessanti: il nuovo farmaco ha portato la sopravvivenza globale mediana da 12 a 19 mesi, con una riduzione del 32% del rischio relativo di morte. Anche il tempo trascorso senza progressione della malattia risulta aumentato, da 3,9 a 7,2 mesi, con una riduzione del 41% del rischio relativo di progressione o morte. Il tumore si è ridotto in maniera significativa nel 35% delle pazienti trattate con sac-TMT, contro il 17% di quelle sottoposte a chemioterapia. E quando la risposta si è verificata, è durata mediamente 11 mesi, rispetto ai sette del gruppo di controllo.

Un risultato importante in una fase della malattia nella quale le alternative terapeutiche sono limitate.

“Per questa tipologia di pazienti, al fallimento delle precedenti terapie, avevamo a disposizione solo la chemioterapia. Sac-TMT è il primo ADC anti-TROP2 a dimostrare un miglioramento della sopravvivenza globale nel cancro dell’endometrio avanzato o ricorrente in questo setting, rispetto alla chemioterapia in uno studio globale di fase 3 – sottolinea la coordinatrice internazionale dello studio, l’italiana Domenica Lorusso, direttrice del Programma di Ginecologia oncologica dell’IRCCS Humanitas San Pio X e professoressa ordinaria di Ginecologia alla Humanitas University –. Gli effetti indesiderati più frequenti con questo farmaco sono le mucositi orali, ben controllate con collutori a base di cortisone; il tasso di abbandono dello studio per effetti collaterali è stato bassissimo.”

Il farmaco è ancora sperimentale per questa indicazione e non è ancora disponibile nella pratica clinica europea.

Immunoterapia senza chemioterapia: una possibilità per un quarto delle donne in fase metastatica. La seconda novità arriva dallo studio KEYNOTE-C93, che affronta una domanda diversa ma altrettanto importante: è sempre necessario associare la chemioterapia all’immunoterapia? La risposta potrebbe essere “no” almeno per una parte delle pazienti con tumore dell’endometrio avanzato o recidivante. Circa un quarto di questi tumori presenta infatti un difetto del sistema di riparazione degli errori del DNA, il cosiddetto mismatch repair (dMMR), un’alterazione che rende le cellule tumorali particolarmente sensibili all’immunoterapia.

Lo studio KEYNOTE-C93 ha dunque confrontato il trattamento con il solo pembrolizumab (un’immunoterapia anti-PD-1) con la chemioterapia, nelle pazienti con questa caratteristica biologica, non precedentemente trattate con chemioterapia sistemica per la malattia avanzata.

La sopravvivenza libera da progressione mediana è stata di 38 mesi con pembrolizumab, contro otto mesi con la chemioterapia, con una riduzione del 43% del rischio relativo di progressione o morte. A tre anni, il 70% delle donne trattate con immunoterapia era vivo, rispetto al 62% del gruppo che aveva ricevuto chemioterapia.

“In questo congresso – commenta il professor Sandro Pignata, direttore dell’Oncologia medica del Dipartimento di Uro-ginecologia dell’IRCCS Fondazione Pascale di Napoli e principal investigator europeo dello studio – si è molto parlato di de-escalation delle terapie e questo ne è un esempio concreto. La chemioterapia che usiamo da 40 anni, oltre all’alopecia può dare importanti neuropatie e altri pesanti effetti indesiderati. Avere un’opzione “chemio-free”, aggiunge qualità di vita ai mesi di vita guadagnati, che qui non sono pochi”.

Professor Sandro Pignata, direttore dell’Oncologia medica del Dipartimento di Uro-ginecologia dell’IRCCS Fondazione Pascale di Napoli e principal investigator europeo dello studio (@SAE Salute)

La vera sfida è scegliere la cura giusta per ogni donna. I due studi presentati al congresso di Madrid, pur interessando entrambi le donne con tumore dell’endometrio, non riguardano la stessa popolazione. TroFuse-005 propone una nuova possibilità terapeutica quando chemioterapia e immunoterapia hanno già fallito. KEYNOTE-C93 esplora invece una strategia per trattare alcune pazienti, fin dall’inizio, senza chemioterapia.

I risultati presentati a Madrid indicano due possibilità concrete: prolungare la sopravvivenza quando le terapie disponibili non funzionano più e, in pazienti selezionate, ridurre il peso dei trattamenti senza rinunciare al controllo della malattia.

Entrambi gli studi hanno visto il coinvolgimento e il coordinamento internazionale di ricercatori italiani del gruppo MITO, confermando l’eccellenza della ricerca clinica italiana nella ginecologia oncologica.