
Microcitoma polmonare, un nuovo "tandem" di immunoterapie allunga la sopravvivenza di oltre otto mesi
Rischio relativo di morte ridotto del 58% per uno dei tumori più aggressivi. Prof. Ascierto: "Nuove speranze per i pazienti"

Il professor Paolo Ascierto, Ordinario di oncologia all’Università di Napoli e Direttore del Dipartimento Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli (@Copyright SAE Salute)
Risultati senza precedenti arrivano dal congresso ESMO 2026 per i pazienti con microcitoma, tumore polmonare a piccole cellule, una delle forme più aggressive di cancro. La combinazione di due immunoterapie riduce del 58% il rischio relativo di morte e porta la sopravvivenza a quasi due anni. I risultati dello studio di fase 3, DeLLphi-305, pubblicati in contemporanea sul New England Journal of Medicine, sono stati accolti da un lungo applauso della platea di specialisti
Otto mesi e mezzo di sopravvivenza mediana in più fanno una grande differenza quando si parla di uno dei tumori più aggressivi e difficili da trattare: il carcinoma polmonare a piccole cellule (microcitoma). È una forma che rappresenta circa il 15% dei tumori del polmone ed è caratterizzata da una crescita particolarmente rapida e da una spiccata tendenza a diffondersi precocemente ad altri organi, cioè a dare metastasi a distanza. Negli ultimi anni l'immunoterapia ha migliorato in parte le prospettive di questi pazienti, ma con risultati largamente insufficienti. Anche perché la malattia tende a ripresentarsi in tempi brevi, anche dopo una buona risposta iniziale alle cure.
Per questo, la notizia che arriva dal congresso della Società europea di oncologia medica (ESMO), in corso a Madrid, è così importante. Lo studio internazionale di fase 3 DeLLphi-305, pubblicato in contemporanea sul New England Journal of Medicine, dimostra che l'aggiunta di una nuova immunoterapia, tarlatamab, al trattamento di mantenimento con durvalumab consente di prolungare significativamente la sopravvivenza dei pazienti con microcitoma di stadio avanzato. La sopravvivenza mediana dei pazienti passa da 12,7 a 21,1 mesi, arrivando dunque a sfiorare i due anni, con una riduzione del 58% del rischio relativo istantaneo di morte rispetto al trattamento standard. A un anno dall'inizio della terapia di mantenimento, risultava vivo il 79% dei pazienti trattati con la nuova combinazione, contro il 53% di quelli che hanno ricevuto il solo durvalumab. Anche la sopravvivenza libera da progressione migliora nettamente, passando da 1,9 a 7,4 mesi. I risultati sono accolti da una standing ovation durante la sessione plenaria del congresso.
Il guadagno di sopravvivenza osservato aggiungendo tarlatamab al durvalumab nel mantenimento in prima linea sono di un’entità mai osservata prima nel tumore polmonare a piccole cellule. “Il microcitoma polmonare – commenta uno dei maggiori esperti mondiali nel campo dell’immunoterapia, il professor Paolo Ascierto, Ordinario di oncologia all’Università di Napoli e Direttore del Dipartimento Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli – è rimasto più indietro di novità terapeutiche rispetto ad altre forme di tumore del polmone. Ma i risultati di questo studio sono davvero interessanti. Il tarlatamab è un farmaco importante perché riesce a portare direttamente nel tumore i "soldati" dell’immunità, liberata dai freni imposti dal tumore grazie a durvalumab, costruendo con tarlatamab una sorta di "ponte molecolare". Ecco perché questa nuova associazione dà ai pazienti affetti da questo tumore nuove speranze”.
Il tarlatamab è un anticorpo bispecifico capace cioè di riconoscere contemporaneamente due bersagli: DLL3, una proteina frequentemente presente sulle cellule del microcitoma, e CD3, espressa dai linfociti T. In pratica, il farmaco avvicina tra loro le cellule del sistema immunitario a quelle tumorali, facilitandone la distruzione. Un meccanismo diverso da quello di durvalumab, che agisce invece rimuovendo uno dei freni utilizzati dal tumore per sottrarsi alla risposta immunitaria.
La vera rivoluzione potrebbe essere proprio nel momento in cui si interviene. Finora tarlatamab aveva dimostrato la propria efficacia nei pazienti con malattia recidivata, dopo una precedente chemioterapia. Lo studio DeLLphi-305 introduce una nuova strategia rispetto alla tempistica: utilizzare tarlatamab prima che il tumore torni a progredire, anziché aspettare che compaia la recidiva. E questo è un aspetto particolarmente rilevante nel microcitoma, dove il rapido peggioramento delle condizioni cliniche può impedire a molti pazienti di accedere alle successive linee di trattamento.
Va detto però che c’è un prezzo da pagare per questi benefici. Gli eventi avversi correlati al trattamento di grado 3 o superiore sono stati registrati nel 20,9% dei pazienti trattati con la combinazione, contro il 10,8% di quelli trattati con il solo durvalumab. Quasi un paziente su due ha sviluppato una sindrome da rilascio di citochine, una reazione infiammatoria legata all'attivazione del sistema immunitario, risultata comunque nella maggior parte dei casi lieve o moderata. Si tratta comunque di una complicanza che richiede un monitoraggio attento e personale sanitario esperto nella sua gestione.
Saranno inoltre necessari ulteriori studi per valutare la durata del beneficio, la qualità di vita e l'impatto delle tossicità nel lungo periodo.
Per i pazienti europei e italiani, però questi risultati non si traducono automaticamente nella disponibilità della nuova combinazione: l'impiego di tarlatamab insieme a durvalumab come mantenimento deve essere ancora vagliato dalle autorità regolatorie.
DeLLphi-305 rappresenta comunque un progresso concreto in un ambito dell'oncologia nel quale ogni miglioramento significativo della sopravvivenza è particolarmente prezioso. Non è certo la cura definitiva per il microcitoma avanzato e i risultati di questo studio non significano che tutti i pazienti guadagneranno otto mesi di vita. Ma per la prima volta, uno studio randomizzato di fase 3 ha dimostrato che una nuova strategia immunoterapica può modificare in misura importante il decorso di una malattia ancora gravata da una prognosi severa. Ed è la solidità dei risultati del DeLLphi-305, più che l'entusiasmo della platea congressuale, a rendere questa notizia degna di nota.


