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Oncologia

Tumore della prostata, giocare d’anticipo paga in termini di sopravvivenza

A ESMO 2026 i risultati dello studio DASL-HiCaP: con darolutamide, il 95% dei pazienti è vivo e senza metastasi a quattro anni di distanza. Le novità spiegate dal professor Giuseppe Procopio

Maria Rita Montebelli

Il professor Giuseppe Procopio, Direttore dell’Oncologia Medica genito-urinaria e Programma Prostata Fondazione Istituto Nazionale Tumori, Milano, qui durante il congresso Esmo a Madrid, 25 ottobre 2026 (@SAE Salute)

Il professor Giuseppe Procopio, Direttore dell’Oncologia Medica genito-urinaria e Programma Prostata Fondazione Istituto Nazionale Tumori, Milano, qui durante il congresso Esmo a Madrid, 25 ottobre 2026 (@SAE Salute)

Colpire il tumore della prostata prima che abbia il tempo di diffondersi nell'organismo, intensificando le cure quando la malattia è ancora potenzialmente curabile è la strategia che esce rafforzata dal congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO).

L'aggiunta di darolutamide, un farmaco che blocca l'azione degli ormoni maschili sulle cellule tumorali, alla radioterapia e alla terapia ormonale standard ha ridotto del 58% il rischio relativo di sviluppare metastasi o di morire negli uomini con tumore della prostata a rischio molto elevato di recidiva. Un risultato importante per una neoplasia che, con oltre 40 mila nuove diagnosi ogni anno, è la più frequente nella popolazione maschile italiana.

Lo studio DASL-HiCaP è stato condotto su 1.106 pazienti, randomizzati a ricevere darolutamide oppure placebo, entrambi in associazione alla terapia di deprivazione androgenica e alla radioterapia. Dopo un follow-up mediano di 3,8 anni, il trattamento sperimentale ha ridotto del 48% il rischio di metastasi o morte rispetto alla terapia standard.

Il dato che colpisce maggiormente è quello a quattro anni: il 95% dei pazienti trattati con darolutamide era ancora vivo e senza metastasi, rispetto all'88% del gruppo di controllo.

Non tutti i tumori della prostata sono uguali. Molti hanno un'evoluzione lenta, tanto da poter essere gestiti, in casi selezionati, anche con la sorveglianza attiva. Altri, invece, presentano caratteristiche biologiche particolarmente aggressive e un rischio elevato di recidiva anche dopo trattamenti effettuati con intento curativo. È proprio su questi pazienti che si concentra la nuova strategia.

“I pazienti con tumore della prostata in stadio iniziale, a rischio molto elevato di recidiva, sono esposti a una significativa probabilità di recidiva e diffusione metastatica. Per questo è fondamentale un intervento precoce ed efficace - spiega Luigi Formisano, professore di Oncologia Medica all'Università Federico II di Napoli -. Il miglioramento osservato, sottolinea l'esperto, evidenzia il potenziale di darolutamide nell'aiutare a prevenire o ritardare la progressione della malattia”.

Darolutamide è già utilizzata in altre fasi del carcinoma prostatico, dalla malattia resistente alla castrazione non metastatica a quella metastatica ormonosensibile. Non è però ancora approvata per l'impiego nella popolazione studiata da DASL-HiCaP.

“È un ESMO ricco di novità per il tumore della prostata dalla malattia localizzata a quella avanzata – esordisce il professor Giuseppe Procopio, Direttore dell’Oncologia Medica genito-urinaria e Programma Prostata Fondazione Istituto Nazionale Tumori, Milano -. Nel contesto della malattia localizzata, lo studio PROTEUS ha dimostrato che la terapia perioperatoria (cioè prima dell’intervento chirurgico) con apalutamide, può offrire un beneficio significativo sulla progressione di malattia, sul tasso di risposte complete. Si tratta di un concetto del tutto innovativo perché fino a ieri la terapia ormonale non veniva praticata prima dell’intervento chirurgico. Proteus invece dimostra che, fare una terapia perioperatoria, in determinati soggetti, con fattori prognostici favorevoli e particolari caratteristiche di malattia, ha un impatto significativo sugli outcome clinici più significativi; a questo si aggiunge la buona tollerabilità del trattamento.”

Il trial principale PROTEUS, già presentato ad ASCO 2026 e pubblicato sul New England Journal of Medicine, aveva dimostrato il beneficio di apalutamide associata ad ADT rispetto a placebo più ADT, entrambi nel contesto chirurgico. La sottoanalisi presentata a Madrid risponde invece a una domanda ancora più pratica: il trattamento farmacologico perioperatorio offre un vantaggio rispetto alla sola prostatectomia radicale? La risposta è positiva per il controllo della malattia. Resta da verificare quanto questo vantaggio si traduca in maggiore sopravvivenza, qualità di vita e benefici duraturi.

“Nel contesto della malattia avanzata – ricorda il professor Procopio – tra gli studi più significativi c’è l’update del PEACE-1, studio che ha testato come, intensificare la terapia in alcuni gruppi di paziente potesse avere un impatto. Abbiamo un follow up molto lungo che dimostra come fare una “tripletta” (terapia di deprivazione androgenica -ADT, abiraterone, chemioterapia con docetaxel) può migliorare la sopravvivenza, soprattutto nei pazienti con alto carico di malattia. Ma ci dice anche che quando il paziente è in buone condizioni generali e la malattia ha determinati indicatori di rischio, aggiungere la vecchia chemioterapia alla terapia ormonale può dare un beneficio mantenuto e protratto nel tempo.”

Più in dettaglio, i nuovi risultati dello studio di fase 3 PEACE-1, presentati al congresso ESMO 2026 di Madrid, dopo quasi otto anni di osservazione, dimostrano che una combinazione di tre terapie può allungare significativamente la vita delle persone con tumore della prostata metastatico. Nei pazienti trattati con la triplice terapia, la sopravvivenza mediana ha raggiunto 6,2 anni, contro 4,4 anni con la sola combinazione di terapia ormonale e chemioterapia. Un guadagno di 1,8 anni, accompagnato da una riduzione del 32% del rischio relativo di morte. A otto anni era ancora vivo il 40,3% dei pazienti trattati con tre farmaci, rispetto al 27,1% del gruppo di controllo. Il beneficio è risultato particolarmente evidente nei pazienti con elevato carico metastatico. I dati confermano il valore dell'intensificazione terapeutica precoce nel carcinoma prostatico metastatico ormono-sensibile, pur richiedendo un'attenta valutazione della tollerabilità e delle condizioni cliniche dei pazienti.

“Sempre nell’ambito della malattia avanzata, importanti sono i dati di registro francesi real world su popolazioni molto ampie (oltre 2.000 pazienti). I dati sul trattamento con lutezio-177 PSMA dimostrano che ha un impatto favorevole in termini di risultati clinico e tollerabilità. Se fatto prima e non troppo tardi nella storia clinica della malattia, può rendere più favorevole la gestione della malattia. Insomma il radioligando è un’opzione di trattamento importante per i pazienti con tumore prostatico, da offrire però in situazioni cliniche non troppo tardive – conclude il professor Procopio”.

Il messaggio che arriva da Madrid è dunque che la battaglia contro il tumore della prostata più aggressivo potrebbe essere vinta, almeno in parte, giocando d'anticipo. Non aspettando cioè la comparsa delle metastasi per intensificare le cure, ma intervenendo quando la malattia è ancora localizzata e l'obiettivo resta quello di impedirle di tornare. Una prospettiva promettente, che dovrà ora confrontarsi con i dati di sopravvivenza a lungo termine e con la necessità di individuare i pazienti che possono trarre il massimo beneficio da questa strategia.