
Donne caregiver: il carico invisibile tra prendersi cura, menopausa e famiglia
In Italia l’assistenza familiare ha ancora soprattutto un volto femminile: donne che si prendono cura di genitori anziani, partner, figli e nipoti

(Magnific)
C’è una generazione di donne che tiene insieme pezzi diversi della famiglia.
Sono figlie di genitori anziani, mogli o compagne di persone fragili, madri di figli adulti e spesso nonne che aiutano nella cura dei nipoti. Molte lavorano ancora. Altre sono appena andate in pensione. E una parte importante attraversa contemporaneamente la menopausa o i primi anni della postmenopausa.
Il loro lavoro raramente compare in una busta paga. Eppure, significa accompagnare a una visita, organizzare terapie e farmaci, fare la spesa, gestire pratiche amministrative, aiutare nell’igiene personale, rispondere alle emergenze e tenere insieme le esigenze di più generazioni.
Ogni anno il 6 ottobre ricorre la Giornata Europea del Caregiver o European Carers Day, che richiama l’attenzione su milioni di persone che prestano assistenza informale. Il tema scelto per il 2026 è particolarmente eloquente: “Care doesn’t follow a schedule. Flexibility matters”, perché la cura non segue un orario e la possibilità di conciliare lavoro e assistenza diventa decisiva.
In Italia il caregiving riguarda più di una famiglia su tre
Un dato recente aiuta a comprendere le dimensioni del fenomeno.
L’indagine Clariane–OpinionWay, realizzata su 13.500 persone in sei Paesi europei, ha rilevato che il 28% degli intervistati si considera caregiver regolare. In Italia la percentuale sale al 34%.
Il caregiver europeo ha mediamente 47 anni e nel 71% dei casi svolge anche un’attività professionale. In Italia, inoltre, il coinvolgimento è particolarmente intenso: l’assistenza occupa in media 15 ore alla settimana, contro le 13 della media dei Paesi analizzati, e il 33% dichiara di aiutare ogni giorno la persona cara.
Non stiamo quindi parlando di un aiuto saltuario, stiamo parlando di un vero secondo lavoro di cura, quasi sempre non retribuito.

La famiglia resta il principale sistema assistenziale
In Europa, nove caregiver su dieci assistono soprattutto un familiare. In Italia il legame è ancora più evidente: il 52% dichiara di occuparsi di un genitore, una quota superiore a quella registrata negli altri Paesi considerati.
Anche il tipo di assistenza racconta quanto sia ampio il compito:
In Italia il 77% offre aiuto pratico, dalla spesa agli spostamenti e all’organizzazione quotidiana, il 61% sostegno psicologico, il 57% assistenza amministrativa e il 54% presta anche assistenza fisica, per esempio nell’igiene personale, nella vestizione o nelle cure quotidiane. Quest’ultimo dato supera nettamente la media europea del 40%.
Il caregiver, quindi, non “fa compagnia” ma svolge contemporaneamente funzioni logistiche, emotive, organizzative e assistenziali.
E poi ci sono i nipoti: la cura va in due direzioni
Per molte donne la responsabilità non si ferma alla generazione precedente.
I dati ISTAT sulle reti familiari mostrano che i nonni rappresentano una componente importante dell’organizzazione quotidiana delle famiglie italiane: circa un terzo si occupa sistematicamente dei nipoti mentre i genitori lavorano, e le nonne risultano più coinvolte dei nonni nelle diverse forme di accudimento.
Nasce così una particolare forma di sandwich generation: donne che aiutano contemporaneamente verso l’alto, genitori anziani o partner e verso il basso, figli e nipoti.
Una giornata può comprendere la visita del genitore fragile al mattino, il proprio lavoro, il ritiro del nipote da scuola nel pomeriggio e la gestione dei farmaci del partner la sera.
Ed è qui che sorge il problema, non di tipo affettivo ma di somma dei carichi.
Caregiver donne: attenzione a leggere bene i numeri
Sul tema della disparità di genere esistono dati apparentemente diversi, che non vanno confusi.
Nella ricerca europea Clariane–OpinionWay il ruolo di caregiver regolare risulta sostanzialmente distribuito tra uomini e donne nel campione dei sei Paesi.
Diverso è il quadro emerso dalla survey dell’Istituto Superiore di Sanità dedicata specificamente alla salute e al genere nelle persone caregiver: tra i 2.033 partecipanti, l’83% era costituito da donne. Non significa che l’83% di tutti i caregiver italiani sia necessariamente donna: è la composizione di quella specifica indagine. Ma i risultati mostrano che le donne coinvolte nell’assistenza presentano particolari vulnerabilità di salute e rinunciano più frequentemente a visite e ricoveri.
Questa distinzione è importante: studi diversi, con popolazioni e definizioni differenti, non possono essere sovrapposti. Ma convergono su un punto: il carico assistenziale può avere un costo sanitario e sociale rilevante, e la dimensione di genere merita attenzione specifica.
Quattro caregiver su dieci riferiscono nuove malattie croniche
Il dato più preoccupante arriva proprio dall’ISS, il 41% dei caregiver coinvolti nella survey ha riferito di avere sviluppato patologie croniche che non erano presenti prima dell’inizio dell’attività assistenziale. Tra queste persone, il 66% ha segnalato almeno due patologie.
Tra i problemi riportati più frequentemente figurano disturbi psichiatrici, muscolo-scheletrici, cardiovascolari e gastrointestinali. Le donne, soprattutto quelle più giovani, hanno mostrato una maggiore vulnerabilità e una maggiore tendenza a rinunciare a visite e ricoveri per non interrompere l’assistenza.
È però importante interpretare correttamente il dato: la survey mostra ciò che i partecipanti riferiscono, non dimostra che il caregiving abbia causato direttamente ogni singola patologia, mostra però con forza quanto la salute di chi assiste non possa essere considerata un dettaglio secondario.
Il peso che non sempre si vede
La ricerca europea conferma questa dimensione, dove il 71% dei caregiver europei dichiara di percepire almeno talvolta l’assistenza come un peso; il 69% riferisce conseguenze sulla propria salute fisica o mentale, il 59% difficoltà nella vita familiare e il 57% ripercussioni sulle relazioni personali o professionali.
Quasi sette caregiver su dieci affermano inoltre di sentirsi, almeno talvolta, soli di fronte alle proprie responsabilità, mentre l’88% è preoccupato per il futuro della persona assistita.
Questo non significa che la cura sia vissuta come un sacrificio, al contrario, il 93% dei caregiver italiani si dichiara orgoglioso dell’assistenza prestata e il 65% riferisce che l’esperienza ha rafforzato il rapporto con la persona di cui si prende cura.
È proprio qui il paradosso: si può amare profondamente il proprio ruolo e, contemporaneamente, esserne stanchi. Le due cose non si escludono.
Quando il caregiving incontra la menopausa
Per molte donne questo carico arriva proprio tra i 45 e i 60 anni, la fase nella quale si concentrano transizione menopausale e primi anni della postmenopausa.
Un recente studio pubblicato su Mayo Clinic Proceedings ha analizzato 4.295 donne tra 45 e 60 anni: 845 erano caregiver. All’aumentare delle ore settimanali di assistenza aumentava anche la proporzione di donne che riferivano sintomi menopausali almeno moderati. Tra chi prestava assistenza per 15 o più ore alla settimana, il 50,4% riportava sintomi moderati o più intensi in almeno un dominio; l’associazione restava significativa anche dopo l’aggiustamento per alcuni possibili fattori confondenti i risultati.
Questo ultimo dato è particolarmente interessante se letto insieme a quello italiano: 15 ore settimanali sono proprio la media di assistenza rilevata nel nostro Paese dalla survey europea.
Lo studio non dimostra che assistere un familiare “causi” o aggravi direttamente la menopausa, suggerisce però che il carico di cura debba essere considerato nella valutazione complessiva della donna di mezza età.
Insonnia, affaticamento, difficoltà di concentrazione, ansia, disturbi dell’umore e dolori muscolo-scheletrici possono infatti sovrapporsi a sintomi della transizione menopausale, rendendo più difficile distinguere ciò che dipende dalla menopausa da ciò che è legato allo stress, alla privazione di sonno o ad altre condizioni cliniche.

Infografica generata con AI, elaborazione su contenuti riportati in bibliografia per SAE Salute
Non tutto è “menopausa” e non tutto è “stress”
Una donna caregiver che dorme poco, che ha palpitazioni, stanchezza continua, dolori diffusi o difficoltà di concentrazione non dovrebbe sentirsi rispondere automaticamente: “è la menopausa”.
Così come vale anche il contrario: attribuire ogni problema alla fatica assistenziale può ritardare la diagnosi e il trattamento di condizioni proprie della menopausa o dell’età.
Pressione arteriosa, rischio cardiovascolare e metabolico, salute ossea, screening oncologici, salute ginecologica e salute mentale non dovrebbero scomparire dai controlli periodici da dedicare alla propria salute di donna solo perché qualcun altro ha bisogno di lei.
Quando chi cura rinuncia alle proprie cure
È questo il vero punto delicato che l’ISS evidenzia per le donne che quando caregiver rinunciano più frequentemente a visite, esami e ricoveri.
La mammografia periodica “può aspettare”, il dolore alla schiena diventa parte integrante della giornata, la visita ginecologica annuale viene spostata perché nessuno può sostituirla e la pressione non viene controllata perché manca il tempo.
È così che il carico di cura diventa invisibile: quando trascurare se stesse comincia a sembrare normale.
Anche il sostegno resta insufficiente
Nell’indagine europea soltanto il 46% dei caregiver ritiene che l’assistenza pubblica metta a disposizione misure concrete capaci di semplificare la loro vita. Appena il 42% dichiara di conoscere adeguatamente i sistemi di supporto disponibili, mentre l’82% vorrebbe ricevere maggiore sostegno.
Questo dato aiuta a spostare il tema dal piano esclusivamente familiare a quello sanitario e sociale, infatti, il caregiver non dovrebbe essere considerato una risorsa inesauribile e gratuita alla quale il sistema può delegare indefinitamente una parte dell’assistenza.
Il governo italiano ha avviato l'iter per un nuovo disegno di legge, il DDL n. 2789, presentato alla Camera lo scorso febbraio, volto a riconoscere e tutelare ufficialmente la figura del caregiver familiare.
Sostenere il caregiver significa anche migliorare la continuità delle cure della persona fragile.
La domanda da aggiungere alla visita medica
“Lei si prende cura di qualcuno?”, una semplice domanda che potrebbe aiutare a cambiare la lettura di insonnia, stanchezza, ansia, dolore, aderenza alle terapie e persino la possibilità concreta di seguire un programma di prevenzione.
E, soprattutto, aiuterebbe a restituire visibilità a una donna che spesso arriva dal medico parlando della salute di tutti tranne che della propria.
La Giornata europea del caregiver del 6 ottobre dovrebbe servire anche a questo ovvero passare dal Ringraziamento al Riconoscimento.
Perché prendersi cura degli altri può essere una delle espressioni più profonde della relazione familiare, ma nessuna donna dovrebbe essere costretta a scegliere tra la salute della persona che ama e la propria.
Bibliografia
Istituto Superiore di Sanità. Rapporto ISTISAN 26/1, Promuovere la salute delle persone caregiver familiari in ottica di genere: prospettive future. Roma, 2026
ISS, Portale Malattie Rare. I caregiver, l’amore che nutre la vita nonostante la malattia, 2025
ISTAT, Tempi di lavoro e disuguaglianze di genere in Italia. Anni 2003-2023, settembre 2026
INAPP, Caregiver familiari tra carichi di cura, squilibri di genere e ricerca di tutele, 2026
ASL Città di Torino, Settimana del caregiver. Giornata europea del caregiver, 6 ottobre 2026
Saadedine M. et al., Association of Informal Caregiving and Menopause Symptoms in Midlife Women: A Cross-Sectional Study, Mayo Clinic Proceedings, 2025
Eurocarers, European Carers Day 2026, Care Doesn’t Follow a Schedule. Flexibility Matters, 2026



