
La ricerca clinica di Roche Italia genera un risparmio stimato in 94,4 milioni di euro per il Ssn: "Ma servono riforme"
Presentati a Roma i risultati della seconda edizione dello Studio elaborato con PwC Italia. Burocrazia e incertezza normativa possono far perdere terreno al Paese. VanBuskirk: "Si rischia una delocalizzazione silenziosa"

Da sinistra Amy VanBuskirk, general manager di Roche S.p.A, e Burçak Çelik, general manager di Roche Diagnostics S.p.A.
La ricerca clinica non è solo la via maestra per arrivare a nuovi farmaci e offrire ai pazienti strategie terapeutiche innovative. Va considerata come un investimento ad alto rendimento, che può far risparmiare il Sistema sanitario nazionale. E non poco: per ogni euro investito da Roche negli studi clinici sponsorizzati condotti in Italia, il Ssn ottiene un risparmio stimato di 2,82 euro. Complessivamente, si parla di 94,4 milioni di euro di costi sanitari evitati. Risorse che, in un sistema messo a dura prova dell'invecchiamento della popolazione, l'aumento delle malattie croniche e la necessità di contenere la spesa, possono fare la differenza.
È uno dei risultati più significativi della seconda edizione dello Studio di Impatto di Roche in Italia, realizzato con il supporto metodologico di PwC Italia e presentato a Roma il 5 novembre alla presenza di S.E. Roberto Balzaretti, ambasciatore di Svizzera in Italia. L'analisi prova a misurare quanto vale l'innovazione farmaceutica e diagnostica non solo per la salute dei cittadini, ma anche per l'economia e l'occupazione del Paese.
La ricerca cura i pazienti e alleggerisce i conti della sanità
La spiegazione di questo meccanismo virtuoso è relativamente semplice. Partecipando a una sperimentazione clinica, un paziente può accedere a farmaci sperimentali, esami e prestazioni, sostenuti dall'azienda promotrice dello studio, anziché dal sistema pubblico. Questo riduce i costi per il Ssn e costituisce un'opportunità di accesso a cure innovative per persone che spesso hanno già esaurito tutte le possibilità terapeutiche disponibili.
Partecipare a uno studio, oltre a dare la possibilità di accedere a trattamenti non ancora disponibili sul mercato, significa contribuire direttamente al progresso della medicina, all'interno di un percorso clinico rigorosamente controllato.
E sono i numeri che danno la misura dell’impatto di questa attività. Nel 2025 Roche aveva in Italia 191 studi clinici interventistici attivi, con 13.326 pazienti complessivamente coinvolti, in sei grandi aree terapeutiche: oncologia, ematologia, immunologia, neuroscienze, oftalmologia e malattie cardiovascolari e metaboliche. A questi vanno aggiunti 36 studi osservazionali e 25 programmi di uso compassionevole. Il risparmio stimato di 94,4 milioni di euro si riferisce ai 137 studi sponsorizzati attivi nello stesso anno.
Si tratta di stime economiche elaborate nell'ambito dello studio d’impatto commissionato dall’azienda, non di risparmi direttamente misurati nei bilanci del Ssn. Ma mettono in evidenza un aspetto spesso trascurato nel dibattito sulla spesa sanitaria: la ricerca non rappresenta solo un costo ma anzi, può contribuire a ridurre l'impiego di risorse pubbliche.
Il prezzo della burocrazia: meno pazienti negli studi e milioni di opportunità perdute
C'è però un rovescio della medaglia nella ricerca medica tricolore. L'Italia dispone di centri clinici di eccellenza, ricercatori qualificati e competenze scientifiche riconosciute a livello internazionale, ma fatica ancora a trasformare questo patrimonio in un vantaggio competitivo stabile.
Secondo uno studio ALTEMS, i ritardi burocratici nell'attivazione delle sperimentazioni avrebbero comportato, nell'arco di tre anni, il mancato arruolamento di oltre 10.500 pazienti e 180 milioni di euro di benefici sanitari mancati.
E non si tratta solo di una perdita economica. Dietro quei 10.500 mancati partecipanti ci sono persone che non hanno avuto l'opportunità di accedere a determinate sperimentazioni e dunque a ricevere cure innovative.
Un'ulteriore simulazione, condotta sui 34 studi interventistici sponsorizzati da Roche attivi in Lombardia nel 2025, indica che una maggiore rapidità nell'avvio delle sperimentazioni e una migliore organizzazione potrebbero aumentare del 35% il numero dei pazienti arruolati, generando 1,4 milioni di euro di ulteriori risparmi per il SSN. È una proiezione riferita al campione analizzato, che racconta da un altro angolo il peso di procedure amministrative e tempi organizzativi.
“Il rischio reale per l'Italia è quello di una delocalizzazione silenziosa - avverte Amy VanBuskirk, nuova General Manager di Roche S.p.A - perché i capitali internazionali possono orientarsi verso Paesi capaci di garantire tempi più rapidi e regole più prevedibili”. E senza andare troppo lontano, uno dei principali competitor nell’agone della ricerca internazionale è la Spagna, che ha una capacità di arruolamento nei trial clinici internazionali molto più rapida ed efficiente.
La richiesta avanzata da Roche è dunque quella di accelerare le riforme, introdurre tempi certi e contratti uniformi per gli studi clinici e rivedere gradualmente il sistema del payback, il meccanismo attraverso il quale le imprese contribuiscono a ripianare gli sforamenti dei tetti di spesa farmaceutica. Nel solo 2025 Roche dichiara di aver versato 178 milioni di euro, pari al 7,5% del ripiano nazionale, piazzandosi al secondo posto nella graduatoria nazionale delle aziende coinvolte nel meccanismo del payback.
Il tema è delicato: da un lato la necessità di governare una spesa sanitaria pubblica crescente, dall'altro quella di non scoraggiare investimenti in ricerca e innovazione. Trovare un equilibrio tra queste esigenze è una delle sfide della politica sanitaria dei prossimi anni.
Non solo farmaci: la diagnostica orienta le cure
Un altro capitolo riguarda la diagnostica, componente fondamentale di una medicina sempre più personalizzata. Roche Diagnostics ha promosso nel 2025 in Italia 20 studi su 11.480 pazienti. Secondo i dati riportati nello studio, già oggi, il 70% circa delle decisioni cliniche è guidato dalla diagnostica. L'obiettivo è produrre evidenze non solo circa l'accuratezza dei test, ma anche sul loro impatto clinico, economico e organizzativo. Individuare precocemente una malattia, distinguere i pazienti che possono beneficiare di una determinata terapia da quelli per i quali sarebbe inefficace, monitorare tempestivamente la risposta ai trattamenti: sono tutti passaggi che possono migliorare l'appropriatezza delle cure ed evitare esami, interventi e terapie inutili.
“Il valore della diagnostica non va misurato solo in laboratorio, ma lungo l'intero percorso clinico del paziente - ricorda Burçak Çelik, general manager di Roche Diagnostics S.p.A. -. L’Italia è un mercato strategico per la nostra azienda. Eppure, continuiamo a scontrarci con misure fortemente penalizzanti, a partire dal payback sui dispositivi medici. Un sistema basato su tetti di spesa strutturalmente sotto finanziati impone alle imprese private di ripianare fino al 50% lo sforamento regionale per l’acquisto di tecnologie sanitarie: un meccanismo non più sostenibile. Il payback non è un problema che riguarda solo le aziende, ma un vero freno alla modernizzazione del Servizio Sanitario Nazionale. Auspichiamo pertanto che il Parlamento possa rivedere l’impostazione della attuale legge di bilancio e che il Governo si impegni quanto prima in una riforma organica e strutturale per la governance dei dispositivi medici, a tutela della salute pubblica e della competitività dell’Italia in Europa.”
Un effetto moltiplicatore sull'economia: 718 milioni di euro e oltre 3.000 posti di lavoro, tra diretti e indotto
La salute non è un compartimento stagno rispetto al resto dell'economia. Lo dimostrano i dati sull'impatto delle attività di Roche in Italia: 718 milioni di euro di contributo complessivo al Pil, tra effetti diretti, indiretti e indotti. Per ogni euro di valore aggiunto direttamente generato dall'azienda, l'impatto economico complessivo stimato è di 2,8 euro. Un beneficio che si estende all'occupazione. A fronte di 993 dipendenti “diretti”, l'attività dell'azienda sostiene complessivamente 3.195 unità di lavoro equivalenti a tempo pieno, lungo la filiera produttiva e nell'indotto. In pratica, ogni posto di lavoro diretto corrisponde a circa 3,2 unità di lavoro complessivamente sostenute, includendo quella iniziale. A beneficiarne è una rete di oltre 1.300 fornitori italiani, distribuiti in 51 settori merceologici, con il 78% costituito da piccole e medie imprese.
Significativo anche il profilo dell'occupazione: il 78% dei dipendenti è laureato, il 54% è donna e il 30% ha meno di 40 anni. Nel 2025 sono state erogate oltre 60mila ore di formazione, 5.700 delle quali dedicate all'intelligenza artificiale. L'impegno dell’azienda nell’inclusione e nel dialogo con le parti sociali è stato riconosciuto dall’assegnazione del “Bollino CNEL” per le buone pratiche partecipative dei lavoratori e dal Premio Parità di Genere 2026 di Assolombarda.
La sfida per l'Italia: considerare la ricerca un investimento strategico
I risultati di questo studio fotografano l'impatto di una singola realtà industriale e non possono essere automaticamente estesi all'intero settore biotech italiano. Offrono tuttavia elementi concreti per una riflessione più ampia. La competitività di un Paese nelle scienze della vita non si misura soltanto dal numero di farmaci sviluppati o dal fatturato delle imprese. Conta anche la capacità di attrarre sperimentazioni internazionali, offrire ai pazienti opportunità di partecipazione alla ricerca, creare lavoro qualificato e trasferire rapidamente le innovazioni nella pratica clinica.


