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Terapie Innovative

Tumore della vescica: nuove opportunità di cura anche per le persone fragili e anziane

Un regime terapeutico a base di durvalumab perioperatorio più enfortumab vedotin prima dell’intervento chirurgico ha ridotto il rischio di recidiva del 49% e il rischio di morte del 42% nello studio VOLGA

Maria Rita Montebelli

Rossana Berardi ed Emiliano Tamburini (@Copyright SAE Salute)

Rossana Berardi ed Emiliano Tamburini (@Copyright SAE Salute)

Ogni anno, in Italia, vengono diagnosticati circa 31mila nuovi casi di tumori della vescica. Circa un quarto dei pazienti presenta il tipo muscolo-invasivo, che può estendersi localmente fino a invadere gli strati muscolari e l’intera parete vescicale. Questi pazienti vengono trattati con un intervento chirurgico di asportazione della vescica, che ha un forte impatto sulla loro vita. Ma nonostante questo, in circa la metà dei casi il tumore si ripresenta.

Molte di queste persone sono fragili, anziane e con una funzione renale non ottimale; tutto ciò impedisce loro di essere trattate con la chemioterapia a base di cisplatino. “Per decenni queste persone hanno dunque avuto a disposizione opzioni terapeutiche limitate – ricorda il dottor Emiliano Tamburini, Direttore del Dipartimento di Oncologia e Cure Palliative e dell'Unità Operativa Complessa di Oncologia all'Ospedale Cardinale Panico di Tricase –. ”Ma i risultati dello studio di fase 3 VOLGA presentati al congresso ESMO 2026 e pubblicati in contemporanea sul New England Journal of Medicine, aprono nuove prospettive terapeutiche per questi pazienti. “Questo nuovo regime terapeutico perioperatorio a base di durvalumab in combinazione con enfortumab vedotin prima dell’intervento chirurgico – rivela il dottor Tamburini – ha ridotto il rischio di morte del 42%, con un profilo di sicurezza gestibile; questo trattamento ha inoltre ridotto del 49% il rischio di progressione di malattia, recidiva, mancata esecuzione dell’intervento chirurgico o decesso rispetto al braccio di confronto. Il 64% dei pazienti trattati con la combinazione con durvalumab era vivo e libero da eventi a due anni, rispetto al 45% del braccio di confronto. Sono risultati, destinati a cambiare la pratica clinica, che sostengono questo approccio come un potenziale nuovo standard terapeutico per questa tipologia di pazienti”.

Emiliano Tamburini

“I risultati dello studio VOLGA – commenta Rossana Berardi, Presidente eletto AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), Ordinaria di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche e direttrice della Clinica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche – aprono nuove prospettive nel trattamento del carcinoma della vescica muscolo-invasivo. Ma all’innovazione terapeutica deve accompagnarsi una maggiore attenzione alle differenze di genere. Il tumore della vescica colpisce più frequentemente gli uomini, ma nelle donne viene spesso diagnosticato in uno stadio più avanzato, con una prognosi meno favorevole quindi. La minor frequenza nel sesso femminile non deve tradursi in una minore attenzione ai sintomi. Il sangue nelle urine, infatti, soprattutto nelle donne viene spesso attribuito a una cistite emorragica o confuso con un sanguinamento ginecologico, ritardando gli approfondimenti. È invece un segnale che merita sempre una valutazione medica, anche quando si presenta occasionalmente e senza dolore”.

Rossana Berardi, Presidente eletto AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica)

Oltre alla diagnosi precoce (il sangue nelle urine è un importante campanello d’allarme e merita sempre un’attenta valutazione), anche la prevenzione deve avere un ruolo altrettanto centrale.

“Il fumo – ricorda la professoressa Berardi- è il principale fattore di rischio modificabile per il tumore della vescica: le sostanze cancerogene del tabacco raggiungono le urine, esponendo direttamente i tessuti della vescica alla loro azione. Non iniziare a fumare, sostenere chi vuole smettere e ridurre l’esposizione a sostanze cancerogene negli ambienti di lavoro sono azioni concrete su cui investire. Il progresso in oncologia si misura anche nella capacità di prevenire la malattia, riconoscerla in tempo e garantire a ogni persona l’accesso alle cure più appropriate”.