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Oncologia

Leucemia linfoblastica acuta pediatrica ad alto rischio: l’immunoterapia quasi dimezza le recidive

I risultati di uno studio internazionale, pubblicati sul "New England Journal of Medicine", possono cambiare lo standard di cura

Daniela de Feo (direttore medico editorialista)

Una piccola paziente in cura (Magnific)

Una piccola paziente in cura (Magnific)

Non significa eliminare la chemioterapia. Significa capire se, nei momenti più intensivi del trattamento, sia possibile sostituirne una parte con una terapia più mirata, mantenendo o migliorando l’efficacia e riducendo la tossicità.

È questo il risultato più importante dello studio internazionale AIEOP-BFM ALL 2017, pubblicato sul New England Journal of Medicine e dedicato ai bambini con leucemia linfoblastica acuta (LLA) B di nuova diagnosi ad alto rischio.

La sperimentazione ha confrontato due strategie: dopo induzione, consolidamento e un primo ciclo di chemioterapia intensiva, 709 pazienti sono stati randomizzati a ricevere due ulteriori cicli di chemioterapia oppure due cicli di blinatumomab, un’immunoterapia capace di coinvolgere direttamente i linfociti T contro le cellule leucemiche.

Il risultato è netto: a quattro anni, la sopravvivenza libera da eventi è risultata dell’83% nel gruppo trattato con blinatumomab contro il 70,3% nel gruppo sottoposto alla chemioterapia intensiva convenzionale.

Le recidive scendono dal 21,4% all’11,8%

Uno dei dati più rilevanti riguarda proprio il rischio di ricaduta.

A quattro anni, l’incidenza cumulativa delle recidive è stata dell’11,8% con blinatumomab, rispetto al 21,4% con la chemioterapia intensiva.

In termini pratici, significa una riduzione prossima al 50% delle ricadute in una popolazione pediatrica che, proprio perché classificata ad alto rischio, presenta storicamente una probabilità maggiore che la malattia ritorni.

Anche la mortalità durante la prima remissione completa è risultata inferiore: 2,9% contro 5,9%.

Che cos’è il blinatumomab

Il blinatumomab appartiene a una classe di farmaci chiamati anticorpi bispecifici engager dei linfociti T.

Il suo meccanismo può essere immaginato come un “ponte” molecolare. Da una parte riconosce CD19, una proteina presente sulle cellule B leucemiche; dall’altra si lega a CD3, proteina invece presente sui linfociti T. In questo modo permette un avvicina fisicamente le cellule del sistema immunitario alle cellule tumorali e facilita il loro riconoscimento e la loro distruzione.

L’obiettivo, quindi, non è colpire indiscriminatamente tutte le cellule che si moltiplicano rapidamente, come avviene con molti farmaci chemioterapici, ma indirizzare con maggiore precisione la risposta immunitaria verso le cellule leucemiche.

Meno chemioterapia intensiva, meno infezioni gravi

Ridurre la tossicità era uno degli obiettivi centrali dello studio.

Le infezioni correlate al trattamento sono state registrate nel 23,9% dei bambini trattati con blinatumomab, contro il 69,4% nel gruppo chemioterapia.

Ancora più marcata la differenza per gli eventi avversi potenzialmente letali: 0,5% con blinatumomab contro 4,7% con la chemioterapia intensiva.

Un dato particolarmente interessante riguarda inoltre i bambini successivamente sottoposti a trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche, procedura medica che sostituisce le cellule staminali malate o danneggiate del paziente con quelle sane di un donatore compatibile. La mortalità correlata al trapianto è stata del 2,5% nel gruppo blinatumomab contro il 16,4% nel gruppo controllo. Secondo l’editoriale che accompagna lo studio sul NEJM, questo risultato suggerisce che una terapia meno tossica prima del trapianto possa contribuire a migliorare anche la sicurezza delle fasi successive del percorso terapeutico.

Non significa che l’immunoterapia sia priva di effetti collaterali, ciò significa che il quadro non è mai completamente a senso unico.

Infatti, nel gruppo trattato con blinatumomab gli eventi neurotossici sono risultati più frequenti rispetto alla chemioterapia intensiva (12% contro 3,2%.). Così come la sindrome da rilascio di citochine di grado 2 o superiore è stata osservata nell’1,1% dei pazienti trattati con immunoterapia.

Questo significa che il farmaco richiede comunque monitoraggio specialistico e che uno degli obiettivi futuri sarà comprendere meglio come prevenire e gestire la neurotossicità associata al trattamento.

Perché questo studio è così importante

La leucemia linfoblastica acuta è il tumore ematologico più frequente dell’età pediatrica, circa l'80-85% di tutti i casi di leucemia infantile.

Nasce dalla proliferazione incontrollata di precursori immaturi dei linfociti, i cosiddetti blasti, che si accumulano nel midollo osseo e possono diffondersi nel sangue e in altri organi.

Grazie a decenni di studi cooperativi internazionali, la sopravvivenza a lungo termine dei bambini con LLA è passata da meno del 10% a circa il 90% oggi. Rimane però una quota di pazienti con caratteristiche biologiche o risposta iniziale alla terapia che li collocano in una categoria ad alto rischio di recidiva.

Per questi bambini, migliorare ulteriormente i risultati ha storicamente significato intensificare la chemioterapia, pagando però un prezzo in termini di tossicità.

Lo studio AIEOP-BFM ALL 2017 suggerisce ora una strada diversa: non necessariamente più terapia, ma più selettività terapeutica.

Un grande studio internazionale con un ruolo centrale dell’Italia

La sperimentazione è stata condotta dal gruppo cooperativo AIEOP-BFM ALL, che riunisce l’Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica (AIEOP) e il Berlin-Frankfurt-Münster Group for Acute Lymphoblastic Leukemia (BFM).

Oltre cento centri di otto Paesi hanno contribuito allo studio. Per l’Italia, la Fondazione Tettamanti di Monza ha operato come Centro Coordinatore Nazionale (National Coordinating Center), all’interno della rete dei centri AIEOP.

Come ha sottolineato Andrea Biondi, direttore scientifico della Fondazione Tettamanti e investigatore principale per l’Italia dello studio, l’obiettivo era duplice: aumentare ulteriormente le probabilità di guarigione e ridurre l’impatto delle cure sui bambini e sulle loro famiglie.

È proprio questo uno degli aspetti più importanti della ricerca oncologica pediatrica contemporanea: non considerare soltanto se una terapia funziona, ma anche quanto costa al bambino in termini di tossicità immediata e conseguenze a lungo termine.

Un nuovo standard di cura?

L’editoriale pubblicato sul New England Journal of Medicine insieme allo studio definisce il blinatumomab un potenziale nuovo standard di cura nella LLA B.

Il rischio di un evento — recidiva, resistenza al trattamento, secondo tumore o morte — è risultato circa dimezzato nel gruppo trattato con immunoterapia rispetto al controllo.

Restano però domande importanti.

I bambini trattati con blinatumomab hanno continuato a ricevere una quantità significativa di chemioterapia e circa il 22% è stato sottoposto a trapianto di midollo osseo allogenico in prima remissione. I prossimi studi dovranno quindi stabilire se, grazie all’integrazione sempre più precoce dell’immunoterapia, sarà possibile ridurre ulteriormente la chemioterapia e, in alcuni pazienti, anche il ricorso al trapianto.

La direzione della ricerca: guarire di più, curando meglio

Il risultato di AIEOP-BFM ALL 2017 segna un passaggio importante nell’oncologia pediatrica.

Per decenni il miglioramento della prognosi è stato ottenuto soprattutto attraverso combinazioni farmacologiche sempre più efficaci e una migliore stratificazione del rischio.

Oggi si apre una fase diversa: sostituire progressivamente alcune componenti più tossiche della terapia con trattamenti biologicamente mirati.

Non significa abbandonare la chemioterapia, che continua a essere essenziale. Significa utilizzarla in modo più razionale e integrare l’immunoterapia quando può offrire un vantaggio reale.

La sfida non è soltanto aumentare il numero di bambini che guariscono dalla leucemia, ma far sì che possano guarire con cure sempre più efficaci, precise e meno gravose.

Bibliografia

1. Schrappe M, Locatelli F, Valsecchi MG, et al.; AIEOP-BFM ALL 2017 Consortium. Blinatumomab for Replacing Chemotherapy in Pediatric Acute Lymphoblastic Leukemia. N Engl J Med. 2026

2.       Myers RM, Hunger SP. Blinatumomab — A New Standard of Care in Acute Lymphoblastic Leukemia. N Engl J Med. 2026

3.       AIEOP – Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica / Fondazione Tettamanti. Comunicazione sui risultati dello studio AIEOP-BFM ALL 2017, settembre 2026

4.       AgenSalute. Leucemia linfoblastica acuta pediatrica ad alto rischio: l’immunoterapia dimezza le recidive e riduce gli effetti collaterali gravi. 17 settembre 2026