
Fegato grasso, due milioni di italiani non sanno di averlo. Gastaldelli (CNR): "Fondamentale la diagnosi nelle fasi iniziali"
Nuovi farmaci e nuove linee guida sulla MASDL sono al centro del 31° congresso nazionale della Società italiana di diabetologia in corso a Rimini

Professoressa Amalia Gastaldelli, dirigente di ricerca del CNR di Pisa e docente alla University of Texas Health Science Center di San Antonio
Due milioni di italiani potrebbero avere il fegato grasso senza saperlo. Una condizione spesso silenziosa, che nelle persone con diabete di tipo 2 può evolvere più rapidamente verso infiammazione, fibrosi, cirrosi e tumore del fegato. La diagnosi precoce e i nuovi farmaci sono al centro del 31° congresso nazionale della Società Italiana di Diabetologia (SID), in corso a Rimini, dove si discuterà anche delle recenti linee guida europee sul trattamento della malattia.
«Il fegato è un protagonista della malattia metabolica che non possiamo più permetterci di trascurare», avverte la professoressa Amalia Gastaldelli, dirigente di ricerca del CNR di Pisa e docente alla University of Texas Health Science Center di San Antonio.
Non solo grasso. La MASLD, malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica, è legata a fattori come diabete, obesità, ipertensione e alterazioni dei grassi nel sangue. In alcuni casi si limita all’accumulo di grasso; in altri evolve in MASH, caratterizzata da infiammazione e danno delle cellule epatiche. Può quindi comparire la fibrosi, cioè la formazione di tessuto cicatriziale, fino alla cirrosi e alle sue complicanze. La malattia può interessare fino al 70% delle persone con diabete.
«La malattia può restare silenziosa per anni. Sentirsi bene, dunque, non basta a escluderla». Diabete e fegato sono strettamente collegati: la resistenza all’insulina favorisce l’accumulo di grasso epatico e il danno metabolico può rendere più difficile controllare la glicemia.
Diagnosi più semplice. Non basta individuare il grasso: occorre capire se il fegato sta subendo danni. Il test FIB-4, calcolabile attraverso età, transaminasi e piastrine, permette di stimare il rischio di fibrosi anche nello studio del medico di famiglia. Se necessario, si procede con l’elastografia, che misura la rigidità del fegato. La biopsia è ormai riservata ai casi dubbi.
«L’obiettivo è intercettare la malattia quando è ancora possibile intervenire per limitarne la progressione, evitando che venga scoperta soltanto dopo la comparsa di complicanze gravi», spiega Gastaldelli.
Alimentazione e movimento. La prima terapia resta lo stile di vita: dieta mediterranea, ricca di verdura, frutta e fibre, meno grassi saturi, zuccheri aggiunti, bevande zuccherate e alimenti ultraprocessati, oltre a un consumo ridotto di carne rossa. L’attività fisica regolare e la perdita dell’eventuale peso in eccesso aiutano a migliorare la salute del fegato, preservando la massa muscolare e riducendo quella grassa, soprattutto addominale.
«La gestione della MASLD richiede una visione integrata: glicemia, peso, pressione arteriosa, lipidi e salute epatica non sono compartimenti separati, ma parti di uno stesso problema», sottolinea l’esperta.
Arrivano nuovi farmaci. Per alcuni pazienti con MASH e fibrosi significativa sono disponibili nuove opzioni terapeutiche, approvate dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA), ma non ancora disponibili per i pazienti italiani. Le recenti linee guida congiunte delle società europee di diabetologia, epatologia e obesità (EASD, EASL ed EASO) ne aggiornano le indicazioni.
Il resmetirom, autorizzato nell’Unione europea nell’agosto 2025 per adulti con MASH non cirrotica e fibrosi moderata o avanzata (stadi F2-F3), agisce sul metabolismo dei grassi nel fegato, contribuendo a ridurre infiammazione e fibrosi. Anche la semaglutide, già utilizzata contro diabete e obesità, ha ottenuto nel 2026 un’indicazione europea specifica per la MASH con fibrosi significativa.
«Questi farmaci non sono indicati per chiunque abbia il fegato grasso: la scelta dipende dallo stadio della malattia e dalle condizioni cliniche. L’autorizzazione europea, inoltre, non coincide automaticamente con la disponibilità e la rimborsabilità in Italia», precisa Gastaldelli.
Intervenire prima della cirrosi. La sfida è individuare i pazienti a rischio, valutare la fibrosi e coinvolgere gli epatologi quando necessario. Un impegno che richiede anche risorse e formazione per i servizi di diabetologia.
«Significa non aspettare che il fegato faccia sentire la propria voce, ma cercare attivamente i pazienti a rischio», conclude la professoressa. Riconoscere la malattia in tempo permette di prevenire le complicanze e affiancare al controllo della glicemia nuove possibilità di cura.




