
Tre anni per tornare a camminare dopo la paralisi: "La prima cosa che ho pensato? Cavolo, quanto sono alto"
Nicolò Franco, 20 anni, ritrova la mobilità grazie a una nuova modalità di neurostimolazione e si racconta
Nicolò Franco, 21 anni il prossimo 26 ottobre, di Como, è uno dei quattro pazienti italiani che sono tornati a camminare dopo una lesione midollare toracica grazie ai risultati di una sperimentazione, una nuova modalità di neurostimolazione condotta dal gruppo di ricerca del MineLab, nato dalla collaborazione tra l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Lo studio è stato condotto dal gruppo guidato da Pietro Mortini e Silvestro Micera ed è stato pubblicato pochi giorni fa sulla rivista scientifica Med Cell Press.
Nicolò, come stai?
“Bene, molto bene. Da quando ho affrontato questo tipo di intervento ho riacquisito tantissime delle autonomie che avevo perso il giorno dell’incidente, il 12 settembre 2023, esattamente tre anni fa. Come è avvenuto l’incidente? Stavo andando agli allenamenti con la mia moto. Ero un calciatore professionista. Una macchina parcheggiata sulla destra ha sterzato di colpo verso sinistra, ha colpito la mia moto e mi ha sbalzato contro il cordolo del marciapiede. Io sono sempre stato un ragazzo che metteva tutte le protezioni: paraschiena, giaccone, copriginocchia, pantaloni lunghi e tutto il resto. Abito a circa un chilometro da dove mi allenavo e quella sera faceva particolarmente caldo. Ho pensato: “Visto che fa così caldo, metto il giaccone e non metto il paraschiena”. E proprio l’unica volta in cui non l’ho messo, una macchina mi ha preso. Sono stato subito soccorso dalla signora che aveva causato l’incidente, dai paramedici e dall’ambulanza. Poi sono stato messo in coma farmacologico e trasportato in elicottero all’ospedale Niguarda di Milano, dove sono stato operato. Ho passato circa sei mesi, da settembre 2023 ai primi di marzo 2024, in Unità Spinale, seguito da fisiatri, terapisti e terapisti occupazionali, che mi hanno aiutato tantissimo a riottenere tutte le autonomie che avevo perso a causa dell’incidente”.
Mentre eri ricoverato all’ospedale Niguarda, tuo padre, a cui devi gran parte del merito della scoperta di questa possibilità, non si è mai arreso, fin dalla prima diagnosi di paraplegia completa e irreversibile.
“No, assolutamente no. Il danno era completo. La mia lesione è a livello di T8, quindi dell’ottava vertebra toracica, ed era completa. Dal punto della lesione fino a tutti gli arti inferiori ero completamente anestetizzato: non sentivo assolutamente niente e soprattutto non muovevo assolutamente niente”.
Che atteggiamento avevi rispetto a quello che ti era accaduto? Tuo padre ha raccontato di aver continuato a cercare una soluzione.
“Lui è sempre stato molto più cinico e freddo di me. Io ero ancora nel frullatore, non capivo bene cosa mi fosse successo. All’epoca dell’incidente non ero ancora maggiorenne: avevo 17 anni e avrei compiuto 18 anni il 26 ottobre, quindi un mese dopo, in ospedale. Non capivo ancora bene cosa mi fosse successo. Ero un po’ sballato: vedevo tanti medici tutti insieme e, per la prima volta nella mia vita, mi trovavo in ospedale per così tanto tempo. Non riuscivo ancora a capire bene cosa mi fosse successo. Pensavo: “Sì, ok, ho preso un colpo alla schiena, si risolverà”. Invece, più passava il tempo, più mi rendevo conto che quello che mi era capitato era qualcosa di grave, qualcosa che ti stravolge completamente la vita. Lo vedevo anche in quello che dovevo fare tutti i giorni in ospedale: l’equilibrio del tronco per riuscire a stare seduto in carrozzina, i passaggi posturali per non cadere e così via. All’inizio, mentre mio padre si era messo alla ricerca di una soluzione, io ancora non avevo ben capito cosa mi fosse successo”.
Come sei entrato nella sperimentazione? C’è stata una selezione? Il fatto che fossi una persona sportiva e in buona salute ti ha aiutato?
“Sì, mi ha aiutato tantissimo. C’è stata una selezione e ho svolto una serie di visite. La prima è stata proprio con il professor Mortini, più o meno a dicembre 2023. Sono andato in visita da lui e ricordo benissimo le parole che mi disse dopo avermi visitato. Mi aveva palpato le gambe per vedere se sentivo ancora qualcosa, se riuscivo a muovere qualcosa. Prima di uscire mi disse proprio: “Niccolò, io ti rimetterò in piedi”. Quelle parole mi diedero una carica enorme, una grandissima speranza per il mio futuro. In quel periodo vedevo tutto nero: i miei piani e i progetti di vita che mi ero fatto erano stati completamente stravolti e praticamente buttati nel cestino. Lui, con quelle parole, mi diede speranza, una luce in fondo a quel tunnel, a quella oscurità che vedevo”.
Da lì in poi qual è stato il tuo percorso?
“Dopo quella visita sono stato dimesso dall’ospedale Niguarda, più o meno ai primi di marzo 2024. Ho svolto un’ulteriore visita sempre con il professor Mortini a maggio 2024, durante la quale ha raccolto tutti i miei dati e preso le mie misure. Mi disse che sarei stato ricontattato da uno dei suoi colleghi. Questo è avvenuto ad agosto 2024, quando sono stato contattato dal dottor Luigi Albano, che mi chiedeva di recarmi all’ospedale San Raffaele per un’ulteriore visita. Dopo quella visita sono stato chiamato il lunedì successivo, quindi nei primi giorni di settembre 2024, per il ricovero al San Raffaele. Durante i primi due o tre giorni ho svolto una serie di ulteriori esami e visite, tra cui una risonanza magnetica total body, un’elettromiografia e una serie di esami del sangue. Poi sono stato operato, più o meno nella prima o nella seconda settimana di settembre 2024, per l’applicazione dello stimolatore. Successivamente sono stato trasferito presso il reparto di riabilitazione, il Dipartimento di Medicina Riabilitativa dell’ospedale San Raffaele, dove sono rimasto in terapia, tra recupero, ricovero e terapia con l’impianto, fino a febbraio 2025”.
Che tipo di coinvolgimento hai avuto come paziente? Qual era la tua giornata tipo? Abbiamo visto dei video in cui voi pazienti eravate impegnati in esercizi per muovere gli arti, per l’equilibrio e per il cammino. Come era la giornata?
“Noi avevamo fisioterapia, o banalmente riabilitazione, tutte le mattine e tutti i pomeriggi. Più o meno dalle 9 fino a mezzogiorno, poi andavamo a pranzo e tornavamo in reparto, rimanendo fino alle 15.30-16. Il primissimo periodo, quindi le prime due o tre settimane di ricovero, è stato personalmente un po’ più noioso. Quello che facevamo era rimanere sdraiati sul lettino, con tutti gli ingegneri biomedici e i fisioterapisti attorno a me, per vedere in che modo si attivava l’elettrostimolatore e come rispondevano i muscoli degli arti inferiori: cosa rispondeva e cosa non rispondeva. Era una fase preliminare in cui si cercava di capire quali muscoli rispondevano. Dopo questa prima fase di valutazione siamo entrati più nel vivo della riabilitazione. Le primissime cose che facevamo erano provare a rimanere in piedi il più tempo possibile, prima all’interno dello standing, che è un ausilio riabilitativo dove vieni bloccato e fatto rimanere in piedi. All’inizio lo facevo per poco tempo, innanzitutto perché avevo spesso cali di pressione: non ero più abituato alla posizione eretta. Rimanevo lì due o tre minuti e poi dovevo fermarmi. In secondo luogo, i muscoli delle gambe si stancavano molto velocemente: non erano più abituati a mantenere il mio peso corporeo. Dopo questa fase siamo passati alle parallele, dove riuscivo a rimanere in piedi per molto più tempo. Infine siamo arrivati addirittura al cammino. Come prima cosa abbiamo lavorato sulle parallele, per poi passare al walker, una specie di tapis roulant in cui siamo imbragati e dove c’è uno sgravio del peso che viene deciso all’inizio. Ovviamente, all’inizio lo sgravio era totale: sulle mie gambe non era caricato nessun peso. Serviva semplicemente ad allenare il movimento e a imparare a muovere il tronco nel modo più preciso possibile. Poi siamo passati alle parallele e infine al deambulatore. Tra l’altro, sono riuscito anche perché, come paziente e come ragazzo, mi ero impuntato: volevo provare a salire qualche gradino. Infatti, tra i video, sono proprio io quello che si vede salire e scendere qualche gradino”.

Qual è stata la prima cosa che hai pensato quando ti sei reso conto che riuscivi di nuovo a camminare?
“Torno un attimo indietro. La primissima cosa che ho pensato quando i terapisti mi hanno messo in piedi alle parallele è stata: “Cavolo, non mi ricordavo di essere così alto!”. È stata una cosa bellissima, un’emozione fortissima, perché per la prima volta ero in piedi sulle mie gambe. Sì, ero aiutato, ma non erano le mie braccia a reggere completamente il mio peso: ero in piedi sulle mie gambe, erano le mie gambe a tenere il mio peso. Poi siamo passati addirittura al cammino. I primi passi sono stati un’emozione veramente indescrivibile. Ricordo benissimo quando, per la prima volta, mamma e papà vennero a trovarmi in ospedale e videro una delle mie prime camminate. Scoppiarono in lacrime, perché anche loro non erano più abituati a vedermi in piedi e, soprattutto, a vedermi riuscire a fare qualche passo. A livello emotivo è stata una cosa indescrivibile, veramente impattante”.
Quanto è importante il rapporto con i medici, i fisioterapisti e i ricercatori che ti hanno seguito?
“Io personalmente con loro ho sviluppato un bellissimo rapporto. Con alcuni di loro mi sento tuttora, non giornalmente ma quasi: dottori, fisioterapisti, ingegneri. Anche perché io continuo ad allenarmi a casa e a mantenere la mia condizione per essere nelle migliori condizioni fisiche e psicologiche possibili. Qualche volta, dato che abito abbastanza vicino, vado a trovarli e vado a trovare anche i pazienti che magari sono ricoverati lì. Soprattutto tra noi pazienti si crea un rapporto, quasi da maestro e allievo, da mentore ad allievo. Quando sono arrivato, mi ha aiutato tantissimo il ragazzo che era ricoverato con me. Era stato operato prima di me ed era molto più avanti nel percorso, quindi mi ha dato tantissimi consigli che mi hanno aiutato moltissimo durante il mio recupero e la mia riabilitazione. La stessa cosa l’ho fatta io con la ragazza che è venuta dopo di me. Tra noi pazienti si crea una specie di passaparola: ci aiutiamo a vicenda perché siamo tutti sulla stessa barca e vogliamo aiutarci. Mi capita spesso, quando vado a trovare i miei fisioterapisti e i dottori in ospedale, di incontrare qualche ragazzo ricoverato. Allora gli do qualche consiglio, racconto qualcosa che faccio io e che magari può essergli utile. Soprattutto tra noi pazienti si crea, secondo me, un rapporto di famiglia”.

E con il team dell’ospedale?
“La stessa cosa vale per tutti i dottori con cui ho avuto il piacere di lavorare, soprattutto i fisioterapisti, con i quali lavoravo quotidianamente, e gli ingegneri biomedici, che programmavano il mio elettrostimolatore. Grazie a tutto questo team di persone siamo riusciti a ottenere i risultati che ho avuto. Tra l’altro, ho una foto scattata il giorno delle mie dimissioni con tutto il team. È molto bella: me l’hanno regalata sotto forma di puzzle il giorno in cui mi hanno dimesso. L’ho portata a casa e l’ho ricomposta; adesso è sulla mia scrivania”.
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Una nuova famiglia.
“Sì, assolutamente. Una nuovissima famiglia che mi ha ridato speranza e mi ha aiutato a ricostruire, piano piano, un po’ delle mie autonomie”.
C’è qualche gesto quotidiano che hai ritrovato e che ha assunto un significato particolare?
“La mia casa ovviamente non è fatta su misura per la vita di una persona in carrozzina; ci sono diverse barriere architettoniche. Per esempio, la cucina è alta. Adesso, quando sono a casa e ho bisogno di cucinarmi qualcosa o di raggiungere qualcosa in alto, magari un vestito, una maglietta o un bicchiere, con il deambulatore mi appoggio alla cucina, mi alzo in piedi e riesco a farlo da solo. Banalmente, riuscire a cucinarmi qualcosa da solo, come dicevo, o raggiungere un bicchiere è un traguardo ritrovato. Io vivo in una casa su due piani, quindi ho il piano interrato e il piano superiore. Adesso ho il montascale, ma capita spesso che, magari una mattina, mi svegli e dica: “Voglio provare a farle le scale da solo”. Allora ovviamente i miei fratelli mi vengono vicino, però io mi metto in piedi e provo ad andare su, ad andare su, e poi scendo. Ci metto un sacco di tempo e faccio una fatica enorme, però c’è la soddisfazione di poterlo fare. La soddisfazione di dire: “Oggi voglio farlo io. Non me ne frega niente: ci metto il tempo che ci metto, la fatica che ci metto, però voglio farlo io”. È una soddisfazione indescrivibile, davvero molto importante per me. Anche tutte le volte che mi alleno fuori, nella via, perché vivo in una via privata dove non passano macchine. Vivo in provincia, in un paesino piccolo, e con il mio deambulatore esco con mia mamma a camminare avanti e indietro nella via. Ci mettiamo lì, chiacchieriamo, parliamo del più e del meno. Anche questa è una cosa bella: riuscire a vedere il mondo e le persone che mi stanno accanto di nuovo da una prospettiva normale, non necessariamente seduto a guardare tutti dal basso verso l’alto. Anche questo, a livello emotivo, secondo me fa veramente tanto”.
Il tuo caso può rappresentare una speranza per molte persone. Se tu potessi parlare oggi con una persona che sta vivendo una situazione simile alla tua, cosa le diresti? So che lo fai già, perché partecipi anche a degli incontri.
“Sì. Ci sono tante cose che non abbiamo detto: ho portato la fiamma paralimpica a Milano, ho iniziato a studiare e, piano piano, mi sono ricostruito tutta la mia vita. Ho raggiunto diversi obiettivi e non ho mai mollato lo sport”.
Non hai mai mollato lo sport. Cosa ti sentiresti di dire a una persona che riceve oggi una diagnosi come quella che hai ricevuto tu?
“Le direi di non arrendersi, di guardare avanti. Si può provare, come ho fatto io e come hanno fatto tanti altri ragazzi nelle mie condizioni, a ricostruire le proprie autonomie e soprattutto la propria vita. Passo dopo passo, ovviamente, ci vorrà più fatica, ma la vita è fatta così: ci mette di fronte degli ostacoli e noi possiamo decidere come affrontarli e, soprattutto, come superarli. Poi, ovviamente, in base alla mia esperienza e all’intervento a cui sono stato sottoposto, mi sento di dire che c’è speranza. La medicina e la scienza stanno lavorando tantissimo e velocemente. Un’operazione del genere, dieci o quindici anni fa, non si sarebbe neanche potuta immaginare. Quindi è stata fatta tantissima strada in pochissimo tempo. Io ho vent’anni e ho completamente tutta la vita davanti, quindi sono speranzoso e fiducioso per quello che mi riserverà il futuro e per quello che il futuro riserverà alle persone nella mia condizione. Come dicevo, la medicina sta facendo passi da gigante e molto velocemente. Mi sento di dire questo alle persone che magari oggi ricevono una diagnosi del genere. Perché ci sono passato anch’io: ci si vede la vita completamente stravolta, però non bisogna mai perdere la speranza e soprattutto non bisogna mai perdere la luce che ci conduce e che illumina la nostra vita. Ovviamente si possono trovare altri obiettivi di vita, altre cose a cui dedicarsi, come ho fatto io con lo sport e lo studio. Io sono convinto che, con la forza di volontà e con l’impegno, ma soprattutto anche con l’aiuto delle persone che ci stanno attorno — famiglia, amici, dottori, terapisti e così via — si riesca a ricostruire, piano piano, la propria vita e ad avere un bellissimo e radioso futuro”.



