
Chirurgia plastica, 40mila abusivi della professione
La Sicpre corre ai ripari con una commissione etica. Migliori: "Un sottobosco di cosiddetti colleghi inquina sui social la corretta informazione"

Il professor Franco Migliori
Sconti, countdown, promozioni, “prima e dopo”, tecniche presentate come rivoluzionarie e qualifiche professionali non sempre corrispondenti al reale. Nel mondo della chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica, la comunicazione digitale ha aperto grandi possibilità informative, ma anche nuove aree di rischio.
È da questa esigenza che nasce la Commissione Etica Congiunta SICPRE-AICPE, presentata al 74° Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva, Rigenerativa ed Estetica, svoltosi a Bari.
A spiegarne obiettivi e funzionamento nell’intervista a SAE Salute è Franco Migliori, proboviro SICPRE, chirurgo plastico, già primario di Chirurgia Plastica e del Centro Grandi Ustionati dell’Ospedale San Martino di Genova.
Perché c’è bisogno di una commissione etica nel settore della chirurgia plastica?
"È evidente a tutti che la comunicazione, soprattutto attraverso i media online e i social, è diventata piuttosto selvaggia. È sempre più frequente la diffusione di messaggi antiscientifici, di tecniche inventate, di qualifiche che non corrispondono alla realtà", spiega il professor Migliori. "Purtroppo si è creato un sottobosco di cosiddetti colleghi che si qualificano per quello che in realtà non sono e che finiscono per inquinare la corretta informazione nel mondo della chirurgia estetica e della chirurgia plastica. Per questo la Sicpre, in collaborazione con Aipe, ha sentito la necessità di creare una commissione che possa tutelare la professionalità e, soprattutto, la sicurezza del paziente. Quando viene meno l’etica professionale e, soprattutto, il rispetto del decoro professionale, si possono innescare queste dinamiche. Sono strumenti da volgare commercio che non dovrebbero avere spazio nella nostra professione".
Strumenti che posso mettere a repentaglio la salute. "Purtroppo - spiega ancora Migliori - queste modalità di comunicazione hanno distorto la percezione pubblica della nostra specialità, facendola sembrare sempre più un mercato, quasi un mercato dei tappeti, piuttosto che quello che realmente è: un’attività professionale di alta qualità. Ci tengo a sottolineare con forza che la chirurgia plastica italiana è una delle più importanti, se non la più importante al mondo, per qualità. E questo non lo diciamo soltanto noi: ci viene riconosciuto a livello internazionale. Vederla svilita e sminuita in questo modo è particolarmente fastidioso. Ecco perché questo sarà uno degli ambiti ai quali la commissione etica congiunta si dedicherà in maniera perentoria e decisa».
Il punto, sottolinea Migliori, non è soltanto difendere il prestigio della specialità. La corretta informazione è parte integrante della sicurezza delle cure.
Un settore altamente specialistico, ma con confini percepiti sempre più sfumati
Durante il Congresso sono state presentate alcune stime ottenute incrociando dati di MUR, Ministero della Salute, ISTAT, FNOMCeO e Co.Ge.A.P.S.: su circa 490.000 professionisti tra medici e odontoiatri, gli specialisti in Chirurgia Plastica sarebbero circa 2.500, pari a circa lo 0,5% del totale. I posti disponibili ogni anno al primo anno delle Scuole di Specializzazione sarebbero circa 110.
A fronte di questi numeri, le stime illustrate al Congresso indicano una platea molto più ampia, dell’ordine di 30-40 mila medici, che utilizzerebbe nella comunicazione termini riferibili alla chirurgia plastica o estetica o dichiarerebbe di eseguire specifiche procedure pur non appartenendo alla specialità. Si tratta di stime presentate in sede congressuale, non di un censimento ufficiale definitivo, ma il dato evidenzia la dimensione del problema percepito dalla comunità scientifica.
Le quattro aree sulle quali interviene la Commissione
La Commissione individua quattro grandi ambiti di attenzione: abusivismo professionale, anche specialistico; violazione del decoro professionale, attraverso comunicazioni basate su offerte, sconti e promozioni; messaggi antiscientifici, comprese promesse, “garanzie” di risultato e tecniche prive di adeguato fondamento; e comportamenti potenzialmente a rischio clinico, legati per esempio ad ambienti, strumenti, materiali o personale.
Ed è proprio sulla comunicazione commerciale che Migliori richiama una distinzione netta.
Quando il trattamento sanitario viene presentato con le stesse logiche utilizzate per vendere un prodotto offerte limitate, promozioni aggressive, countdown o risultati promessi — il rischio è quello di trasformare una decisione medica in un atto di consumo, alterando la percezione del paziente e svilendo il valore della professione.
La Commissione non giudica
Un punto centrale riguarda il ruolo stesso dell’organismo.
La Commissione Etica Congiunta non è un tribunale professionale. È definita come organismo tecnico-consultivo e di coordinamento.
Il percorso illustrato al Congresso è preciso: la segnalazione viene ricevuta, quindi esaminata collegialmente, ne viene valutata l’ammissibilità, la Commissione delibera l’eventuale formulazione di un esposto e, quando necessario, lo trasmette all’autorità competente.

Elaborazione grafica SAE Salute con supporto di AI, 2026, da: Migliori F., Congresso Nazionale SICPRE, 2026
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Il principio è riassunto in una formula molto chiara: “La Commissione non giudica: documenta, delibera e trasmette.”
La segnalazione, inoltre, non costituisce un giudizio anticipato, non qualifica automaticamente una condotta come illecita e non accerta responsabilità: queste valutazioni restano di competenza degli organismi preposti.
Una tutela in due direzioni
La parola chiave utilizzata al Congresso è “tutela biunivoca”.
Da una parte il cittadino, che deve poter scegliere sulla base di informazioni corrette, verificabili e scientificamente fondate. Dall’altra il professionista qualificato, che deve poter esercitare in un contesto nel quale competenza, formazione ed etica siano riconoscibili e tutelate.
Perché, come emerge dalla relazione presentata a Bari, la tutela del paziente e quella del professionista non sono interessi contrapposti quando il procedimento è corretto.
Ed è forse questo il messaggio più importante della Commissione: in medicina, anche nell’epoca dei social, informare correttamente non è soltanto una questione di stile o di reputazione. È parte della cura.





