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Scienza, coscienza, eccellenza: il futuro della chirurgia plastica secondo Bassetto

Michele Raspone

Scienza, coscienza, eccellenza: il futuro della chirurgia plastica secondo Bassetto

La chirurgia plastica sta cambiando volto: cresce la domanda di chirurgia estetica, ma avanzano anche le tecniche ricostruttive e le frontiere della medicina rigenerativa, mentre nuove tecnologie e ricerca aprono scenari fino a pochi anni fa impensabili. Al termine del suo mandato alla guida della Sicpre, il professor Franco Bassetto, professore ordinario di Chirurgia Plastica, Università degli Studi di Padova; Direttore UOC Chirurgia Plastica, Azienda Ospedale-Università di Padova, presidente uscente Sicpre, traccia un bilancio e guarda al futuro della specialità: una chirurgia sempre più personalizzata, meno invasiva e orientata al recupero morfo-funzionale, ma anche chiamata a confrontarsi con i rischi di estremizzazione e mercificazione. Al centro, tre parole che saranno anche il filo conduttore del congresso di Venezia 2027: scienza, coscienza, eccellenza.

Professor Franco Bassetto, chiudendo il suo mandato alla guida della Sicpre, qual è il cambiamento più importante che vede oggi nella chirurgia plastica italiana rispetto a pochi anni fa?

“Sicuramente, innanzitutto, l’esplosione della richiesta di chirurgia plastica in tutte e tre le sue anime. Oggi il chirurgo plastico, negli ospedali, lavora con tutte le specialità. La fase ricostruttiva viene richiesta in ortopedia, dermatologia, cardiochirurgia, chirurgia generale, oncologia chirurgica. La presenza del chirurgo plastico che, attraverso l’utilizzo dei lembi, ridà dignità al corpo è diventata un’esigenza in qualsiasi intervento demolitivo, oncologico o post-traumatico, e sta realmente contribuendo all’eccellenza a come il paziente vive la fine del percorso chirurgico.” 

E per quanto riguarda l’estetica?

Per quanto riguarda l’estetica, anche questa, inutile dirlo, è diventata quasi un’esigenza sociale. Una chirurgia estetica eseguita da persone competenti, in luoghi sicuri, con tecniche consolidate e basate sull’evidenza scientifica, e non attraverso avventure, rappresenta un altro dei grandi cambiamenti della chirurgia plastica, che non è più trasformativa, ma mira a rendere più armonioso e gradevole un corpo, un sorriso o un volto, naturalmente in rapporto alla persona. La tecnica viene quindi personalizzata per un risultato che non si dovrebbe percepire.” 

La chirurgia plastica è una specialità spesso percepita dal pubblico soprattutto attraverso la chirurgia estetica. Quanto è importante ricordare che la chirurgia plastica significa anche ricostruzione, ustioni, oncologia e recupero della funzionalità?

È fondamentale, perché l’obiettivo del chirurgo plastico è il recupero morfo-funzionale. Anche nella chirurgia estetica è la morfologia che ci interessa, ma non deve essere estremizzata: deve essere un recupero di forme armoniche. Noi lavoriamo sull’anatomia, che è molto variabile da paziente a paziente. Altrettanto variabili possono essere il tipo di incidente, il tipo di ustione, di tumore, un percorso dopo l’obesità. Gli ambiti della chirurgia plastica, quindi, oggi sono molteplici, ma l’obiettivo è sempre lo stesso: il recupero morfo-funzionale. Non ci interessa soltanto recuperare la forma.” 

Un esempio?

“Faccio l’esempio della mano: una mano ustionata non è una mano nella quale dobbiamo semplicemente recuperare la pelle. Dobbiamo recuperare la guarigione, ma soprattutto dobbiamo fare in modo che quella mano torni a funzionare. Un volto deve funzionare. Determinate trasformazioni che si vedevano in passato e che rappresentavano una chirurgia estetica estrema oggi non devono più essere perseguite.” 

Tessuto adiposo, lipofilling, cellulite e medicina rigenerativa sono termini sempre più presenti anche nella comunicazione al pubblico. Dove siamo realmente arrivati con le evidenze e dove, invece, bisogna ancora essere prudenti?

“Questo è un bellissimo argomento che, in particolare, mi fa tornare alle mie radici padovane. Il tessuto adiposo, oggi chiamato organo adiposo, è stato studiato dal professor Enzi di Padova, che per primo ne ha capite le potenzialità. Siamo passati da un tessuto che veniva considerato in maniera spregevole — del grasso ci dovevamo liberare, perché l’obesità è la madre di tutti i mali – a un tessuto estremamente interessante. Questo ha contribuito a restituire anche una grande dignità scientifica alla chirurgia plastica, perché noi, attraverso le nostre tecniche, possiamo prelevare il tessuto adiposo e ricavarne derivati con potenzialità rigenerative.” 

Cosa significa?

“Significa che, quando li iniettiamo in determinati siti, queste cellule hanno la capacità di contribuire alla rigenerazione dei tessuti. Il termine “staminali”, purtroppo, è stato molto abusato, quindi bisogna essere precisi. Oggi questo ci permette di ottenere due effetti. Uno è di tipo riempitivo: il tessuto adiposo viene utilizzato negli esiti di trauma, nelle malformazioni del volto, nella ricostruzione mammaria e quando vogliamo nascondere una protesi per rendere il risultato più anatomico, in modo che i contorni non vengano percepiti. Dall’altra parte c’è l’effetto rigenerativo. Nel tempo il tessuto adiposo può migliorare la qualità delle cicatrici ed è diventato una vera e propria terapia in diversi ambiti, ad esempio nelle radiodermiti. Naturalmente c’è ancora molto da fare, perché non siamo arrivati alla bacchetta magica, ma esistono importanti evidenze e prospettive anche in altri campi. Oggi, sulla chirurgia rigenerativa, si sta parlando moltissimo. Ne ha parlato anche Alberto Angela. La possibilità, come ho mostrato, di inviare quattro centimetri quadrati di cute a laboratori di Zurigo e ricevere dieci pezzi di 45 centimetri quadrati di pelle da utilizzare sul paziente. Questa è la vera grande novità, che sta già sconvolgendo la nostra specialità. Siamo in una terza fase della ricerca e l’Italia è molto considerata nell’ambito di questi trial internazionali, che diventeranno realtà clinica. Il futuro che ci aspettiamo è che gli esiti cicatriziali, le ustioni e le perdite di sostanza possano essere curati con pelle vera, prodotta in laboratorio. E ci siamo.” 

Da Bari a Venezia 2027: quale tema vorrebbe mettere al centro del prossimo congresso?

“Abbiamo pensato a una triplice scelta di sostantivi: scienza, coscienza, eccellenza. La chirurgia plastica è una scienza. Come dicevo prima, c’è molto interesse soprattutto per la ricerca in senso  rigenerativo. È una specialità che, però, può essere soggetta a estremismi, soprattutto di tipo tecnico. Nel rapporto con il paziente, il chirurgo plastico moderno deve essere cosciente che sta modificando delle forme e deve quindi evitare determinate storpiature dalle quali noi chirurghi plastici prendiamo le distanze. Quello che si vede spesso sul web non è chirurgia plastica, ma è una mercificazione della scienza: una scienza senza coscienza. La terza parola è eccellenza. Perché ormai siamo convinti, e ce lo dimostrano diversi elementi, che la chirurgia plastica italiana sia considerata un’eccellenza nel mondo.” 

Per quale ragione?

“Sicuramente viviamo in un Paese che ci educa alla bellezza e all’arte. Abbiamo molte possibilità, nella nostra educazione, lo dimostra la scuola italiana, di sviluppare questi concetti, che poi il chirurgo plastico porta nella sua attività quotidiana. Quando eseguiamo qualsiasi atto ricostruttivo, anche la semplice asportazione di un neo, non lo facciamo in maniera casuale, ma rispettiamo le linee di espressione, che sono linee anatomiche, in modo che la qualità della cicatrice sia il più possibile superiore a qualsiasi altro approccio chirurgico. In questo sta la bellezza e il fascino della nostra specialità.” 

Quale innovazione della chirurgia plastica, secondo lei, potrà cambiare davvero la vita dei pazienti nei prossimi cinque anni?

“Sicuramente non l’intelligenza artificiale, come molti pensano. L’atto chirurgico morfo-funzionale sarà sempre gestito dal cervello umano, che analizza la problematica del paziente, valuta le diverse possibilità e le diverse tecniche chirurgiche e ragiona su quale sia quella più adatta. Ecco perché il nostro atto chirurgico è un atto target, cioè misurato sulla problematica della persona. Come dicevo prima, abbiamo tutti un’anatomia singolare, l’una diversa dall’altra, c’è chi è alto, chi è basso, chi è grasso, chi è magro. Inoltre abbiamo caratteristiche individuali, fortemente influenzate dal nostro patrimonio genetico, che fanno sì che anche la cicatrizzazione possa essere diversa da una persona all’altra. Quale sarà, quindi, il vero futuro? L’applicazione delle nuove tecnologie. Mi ha fatto piacere vedere qui addirittura il Politecnico, perché gli ingegneri stanno entrando nei nostri studi per creare una vera sinergia tra nuove tecnologie e chirurgia. Questo rappresenta un grande passo rispetto al passato perché il chirurgo plastico tradizionale, quello storico, veniva descritto come colui che con una forbice e un bisturi faceva tutto. Oggi, invece, sono entrate a pieno titolo le tecnologie: parlo dei laser, della luce e di tante altre tecnologie che ci stanno aiutando in sala operatoria a ottenere risultati sempre migliori, con tecniche sempre meno invasive che, però, restituiscono — come ho detto fin dall’inizio — armonia al risultato chirurgico.”