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AI in Medicina

Il cervello, miniera di dati per l’AI: l'inchiesta di Science sui dispositivi monitora-sonno

Le fasce da indossare per dormire e 50.000 ore di attività cerebrale usate per addestrare gli algoritmi: l’AI può appropriarsi dei nostri pensieri? Il punto con il professor Aricò, bioingegnere ed esperto di interfacce cervello-computer

Daniela de Feo

Il cervello, miniera di dati per l’AI: l'inchiesta di Science sui dispositivi monitora-sonno

Adnan Jinnah, cittadino britannico, utilizza una fascia Muse, prodotta dall'azienda canadese Interaxon, per monitorare il sonno. Il dispositivo registra segnali cerebrali e fisiologici, trasformandoli in informazioni sulla qualità del riposo.

Fin qui, nulla di sorprendente. Fino a quando Jinnah scopre qualcosa che ignorava: i dati raccolti da utenti come lui possono essere utilizzati anche per addestrare modelli di intelligenza artificiale. Secondo quanto riportato dalla rivista Science, Interaxon ha utilizzato circa 50.000 ore di registrazioni elettroencefalografiche (EEG) per sviluppare un proprio modello di AI, impiegando dati dai quali erano stati rimossi gli identificativi personali diretti.

Il problema? Questa finalità non era esplicitamente indicata nell'informativa sulla privacy, e dopo le domande poste dai giornalisti, l'azienda ha aggiornato la documentazione destinata agli utenti.

Il caso solleva una questione che ci riguarda tutti: quando accettiamo le condizioni d'uso di un dispositivo tecnologico, sappiamo davvero come saranno utilizzati i nostri dati, anche in futuro?

Da Johnny Mnemonic alla realtà: l'AI può leggere i nostri pensieri?

Nel 1995, nel film Johnny Mnemonic, Keanu Reeves indossava un dispositivo neurale per collegare il cervello al cyberspazio. Pochi anni dopo, Matrix avrebbe trasformato quella visione in un'icona della fantascienza e trent'anni dopo, il confine tra immaginazione e realtà si è assottigliato.

Le interfacce cervello-computer (Brain-Computer Interfaces, BCI) consentono già, in alcuni contesti clinici e sperimentali, a persone con gravi disabilità motorie di comunicare attraverso sistemi capaci di interpretare specifici segnali cerebrali.

Ma siamo davvero vicini a leggere i pensieri? Per comprendere le potenzialità delle neurotecnologie e i rischi per la privacy mentale, SAE Salute ha intervistato il professor Pietro Aricò, bioingegnere dell'Università La Sapienza di Roma, esperto di interfacce cervello-computer e monitoraggio degli stati cognitivi.

Pietro Aricò, bioingegnere, professore associato dell'Università La Sapienza di Roma, esperto di interfacce cervello-computer e monitoraggio degli stati cognitivi

«La distanza tra fantascienza e realtà si è certamente ridotta, ma è importante distinguere ciò che oggi possiamo effettivamente fare da quello che ancora appartiene alla ricerca sperimentale», spiega il professore. E chiarisce: «Questo, però, non significa che siamo in grado di leggere liberamente i pensieri di una persona».

Gli algoritmi possono riconoscere particolari configurazioni dell'attività cerebrale e stimare determinati stati cognitivi, ma non decifrare liberamente ricordi, emozioni o intenzioni. Eppure, proprio questi segnali stanno diventando una risorsa sempre più preziosa per l'intelligenza artificiale.

L'inchiesta di Science: 57 aziende sotto osservazione

L'indagine The scramble for your brain data, pubblicata su Science e firmata dal giornalista Jonathan Moens, ha esaminato le informative sulla privacy di 57 aziende che commercializzano dispositivi EEG.

I risultati sollevano interrogativi sulla trasparenza: 

4 aziende non disponevano di un'informativa sulla privacy

11 aziende fornivano informazioni riferite soltanto ai visitatori dei propri siti web

diverse imprese prevedevano la condivisione dei dati con soggetti terzi, senza chiarire sempre adeguatamente se fossero inclusi anche quelli cerebrali

Al centro dell'interesse scientifico e commerciale ci sono anche i cosiddetti brain foundation models: sistemi di intelligenza artificiale addestrati su grandi quantità di registrazioni cerebrali per riconoscere schemi ricorrenti e sviluppare nuove applicazioni.

Una prospettiva promettente per la ricerca, che apre però una questione fondamentale: chi controlla queste informazioni e chi decide come potranno essere utilizzate?

Quando le neurotecnologie possono migliorare la nostra vita

Non ci sono soltanto rischi infatti, le neurotecnologie possono offrire nuove opportunità per la riabilitazione, la sicurezza sul lavoro, la formazione e l'autonomia delle persone con disabilità. È proprio uno degli ambiti di ricerca del professor Aricò che, con BrainSigns, ha coordinato il progetto europeo Mindtooth, sviluppando un sistema EEG indossabile in grado di elaborare indicatori neurofisiologici in tempo reale, sperimentato anche nell'aviazione, nella guida e negli ambienti industriali.

Pensiamo a un automobilista affaticato, a un lavoratore sottoposto a un carico mentale eccessivo oppure a uno studente impegnato in un'attività particolarmente complessa. Sistemi adattivi potrebbero riconoscere alcune condizioni di sovraccarico cognitivo e offrire un supporto personalizzato, migliorando sicurezza ed efficacia delle attività.

«L'obiettivo è sviluppare tecnologie capaci di adattarsi alle caratteristiche e alle necessità delle persone, anziché richiedere continuamente alle persone di adattarsi alla tecnologia», spiega Aricò. E invita alla cautela: «Un indicatore neurofisiologico non rappresenta una diagnosi, né può dirci con certezza cosa stia provando o pensando una persona».

Il vero rischio? Non ciò che l'AI sa oggi, ma ciò che potrebbe scoprire domani

È questo il punto più delicato dell'intera vicenda, ovvero quanto un dispositivo che oggi è in grado di registrare dei segnali cerebrali, per monitorare il sonno, possa generare in futuro grazie a degli algoritmi ricavare informazioni ulteriori sulla persona?

«Il problema, infatti, non riguarda soltanto ciò che siamo in grado di ricavare oggi da un segnale cerebrale, ma anche ciò che potremmo riuscire a estrarre domani, grazie ad algoritmi di intelligenza artificiale sempre più sofisticati», sottolinea Aricò.

Le implicazioni diventano particolarmente sensibili quando entrano in gioco aziende, assicurazioni e datori di lavoro. Monitorare l'affaticamento per prevenire incidenti può essere utile. Utilizzare gli stessi dati per classificare i dipendenti, valutarne la produttività o prendere decisioni automatizzate sulle loro capacità potrebbe invece compromettere diritti fondamentali.

«Queste tecnologie dovrebbero essere progettate per supportare le persone, non per esercitare nuove forme di sorveglianza o valutazione individuale».

La differenza non sta soltanto in ciò che la tecnologia riesce a misurare, ma nell'uso che decidiamo di fare di quelle informazioni.

L'allarme ONU: la mente deve rimanere uno spazio di libertà

La preoccupazione è arrivata fino alle Nazioni Unite che nel rapporto A/81/351, presentato nel 2026, con cui l'ONU ha richiamato l'attenzione sui rischi dell'impiego delle neurotecnologie in ambito giudiziario, soprattutto quando vengono integrate con sistemi di intelligenza artificiale. Tra i diritti da tutelare figurano la dignità umana, la privacy, la libertà di pensiero e le garanzie di un processo equo.

Anche l'UNESCO, nel novembre 2025, ha adottato la prima raccomandazione internazionale sull'etica delle neurotecnologie, sottolineando la necessità di proteggere l'autonomia individuale e i soggetti più vulnerabili, in particolare bambini e lavoratori.

E in Italia? Il Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali (GDPR) stabilisce già obblighi di trasparenza, sicurezza e limitazione delle finalità del trattamento. Tuttavia, le neurotecnologie introducono nuove sfide, soprattutto rispetto alle informazioni che algoritmi sempre più sofisticati potranno ricavare dai segnali cerebrali.

Per Aricò, il principio fondamentale è il controllo che la persona deve poter mantenere sui propri dati: «Devono essere garantiti trasparenza, consenso realmente informato, sicurezza nella conservazione delle informazioni e limiti chiari al loro riutilizzo, soprattutto quando entrano in gioco aziende, assicurazioni o datori di lavoro».

Prima di indossare una fascia intelligente, facciamoci quattro domande

Non tutte le neurotecnologie sono uguali. E un dispositivo commercializzato per il benessere non offre necessariamente le stesse garanzie cliniche di uno strumento medico validato.

Prima di acquistare o utilizzare un dispositivo commercializzato per il benessere, dunque, è importante chiedersi: quali dati raccoglie? Registra soltanto informazioni sul sonno o anche segnali cerebrali originali? Dove finiscono i dati? Possono essere utilizzati per addestrare l'AI? L'azienda li condivide con altri soggetti? Posso controllarli o cancellarli?

Il futuro: tecnologie che comprendono meglio l'uomo, senza controllarlo

Le neurotecnologie potrebbero trasformare la riabilitazione, la comunicazione assistita, la sicurezza e l'apprendimento, ma per il professor Aricò il vero progresso non consisterà nel creare macchine capaci di conoscere ogni nostro pensiero.

«Credo che il vero cambiamento sarà passare da tecnologie progettate principalmente intorno alle loro funzionalità a tecnologie capaci di tenere conto anche delle caratteristiche cognitive, dei limiti e delle necessità di chi le utilizza», dice ancora Aricò.

La sfida sarà quindi sviluppare un'intelligenza artificiale sempre più utile alle persone, senza compromettere autonomia, dignità e libertà individuale. Perché se i dati sono il carburante dell'intelligenza artificiale, quelli del nostro cervello sono tra i più preziosi da proteggere.

E forse la domanda più importante non è più: «Le macchine potranno leggere i nostri pensieri?», ma: «Saremo ancora noi a decidere chi può accedere ai dati della nostra mente?».

 

Bibliografia

Moens J., The scramble for your brain data, Science, 2026

United Nations General Assembly, Human rights in the administration of justice. Report of the Secretary-General, A/81/351, 2026

UNESCO, Recommendation on the Ethics of Neurotechnology, 2025

European Data Protection Supervisor, TechDispatch #1/2024. Neurodata, 2024