
Food porn: quando il cibo si mangia prima con gli occhi
Fotografiamo il piatto, lo condividiamo, aspettiamo like e commenti e solo dopo, forse, iniziamo a mangiare: quanto ciò che vediamo online influenza il nostro modo di mangiare

(foto Magnific)
Si è parlato di food porn anche all’ultimo congresso della S.I.S.A.- Società Italiana di Scienze dell’Alimentazione, durante la sessione I diversi linguaggi dell’alimentazione. Responsabile scientifica del congresso la professoressa Silvia Migliaccio, dell'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e presidente SISA. Il tema ha offerto lo spunto per riflettere su quanto il cibo, nella società digitale, sia diventato anche immagine, identità e desiderio.
Prima lo smartphone, poi la forchetta
È diventato un gesto quasi automatico: arriva il piatto al ristorante, lo si sistema, si cerca la luce migliore, si fotografa con lo smartphone e si pubblica. Solo dopo si comincia a mangiare.
È il fenomeno riassunto dall’espressione “camera eats first”, ovvero “prima mangia la fotocamera” che rappresenta uno dei tratti più riconoscibili della cultura digitale alimentare contemporanea. Le fotografie del cibo sono ormai tra i contenuti più condivisi sui social e contribuiscono a costruire quello che la letteratura definisce digital foodscape: l’ambiente digitale nel quale scopriamo alimenti, ricette e ristoranti e nel quale si formano anche conoscenze, desideri e rappresentazioni del cibo.
È in questo scenario e mondo digitale che prospera il food porn.
Ma che cosa significa davvero “food porn”?
Non si tratta, naturalmente, di pornografia in senso letterale.
L’espressione descrive immagini di alimenti costruite per essere visivamente irresistibili: colori saturi, formaggi filanti, creme che colano, hamburger sovraccarichi, dolci lucidi e perfettamente illuminati.
Il cibo non deve necessariamente essere assaggiato. Deve innanzitutto farsi desiderare.
La storia del termine è complessa. Alcune ricostruzioni ne rintracciano le radici nelle riflessioni di Roland Barthes sulla rappresentazione del cibo; successivamente Michael Jacobson utilizzò l’espressione in contrapposizione alla sana alimentazione. Nel 1984 Rosalind Coward, in Female Desire, descrisse invece il progressivo passaggio dal cibo come dono, e condivisione, al cibo come oggetto estetico e scenografico.
Il concetto centrale rimane sorprendentemente attuale: l’immagine può diventare importante quasi quanto, e talvolta più, dell’esperienza reale del mangiare.
Il cibo non serve soltanto a nutrirci
Per comprendere il successo del food porn bisogna ricordare che l'essere umano non ha mai mangiato soltanto per soddisfare un bisogno biologico.
Il cibo racconta identità, cultura, appartenenza, status sociale, tradizioni e relazioni. Ricette, prodotti tipici e rituali della tavola trasmettono memoria e contribuiscono a definire l’identità di una comunità. Anche le preferenze alimentari sono influenzate dal contesto sociale nel quale viviamo.
La trasformazione digitale non ha cancellato questi significati ma semplicemente li ha trasferiti anche sullo schermo.
Mostrare ciò che mangiamo può significare raccontare chi siamo, dove siamo stati, quale stile di vita desideriamo rappresentare e perfino a quale comunità vogliamo appartenere.
Il piatto diventa così contemporaneamente cibo, esperienza e contenuto.
Dal “cibo” al “food”: quando mangiare diventa esperienza
Il fenomeno è anche antropologico. Nel nuovo universo del food il pasto non è più definito soltanto dal gusto. Contano la storia del prodotto, il luogo di origine, la preparazione, il ristorante, il design degli ambienti e soprattutto la possibilità di trasformare tutto questo in un'esperienza da raccontare.
La cucina diventa “a vista”, i ristoranti vengono scoperti e collezionati online prima ancora di essere frequentati, mentre chef, food blogger, creator e designer partecipano alla costruzione di un vero immaginario gastronomico digitale.
In questo passaggio anche alimenti tradizionali possono essere reinterpretati: pizza e hamburger diventano prodotti “d’autore”, con ingredienti premium e presentazioni studiate per essere condivise.
Non compriamo più soltanto qualcosa da mangiare oggi, sempre più spesso, acquistiamo una storia da vivere e mostrare.
Perché quelle immagini ci fanno venire fame?
Qui l’antropologia incontra le neuroscienze e la salute pubblica.
Le immagini del cibo rappresentano veri e propri segnali visivi per il cervello. La ricerca mostra che l’esposizione a immagini alimentari può influenzare attenzione, memoria, desiderio e intenzione di consumo.
Uno studio pubblicato nel 2025 su BMC Public Health evidenzia come i social media siano fortemente popolati da immagini di snack, dolci, fast food e prodotti ad alta concentrazione calorica. Fino al 70% delle immagini analizzate su Instagram riguardava alimenti altamente calorici, mentre solo il 21% mostrava alimenti meno calorici e più sani e nutrienti.
Le immagini esteticamente più attraenti possono aumentare il coinvolgimento digitale e funzionare come i food cues, veri e propri "attivatori" del desiderio. Stimoli capaci di scatenare una forte voglia di cibo non passeggera, ma caratterizzata da una vera e propria urgenza psicofisica, che in gergo tecnico scientifico viene definito craving.
Ma il rapporto non è automatico: vedere una fotografia non significa necessariamente mangiare di più. Gli studi sull’effettivo consumo hanno prodotto risultati non sempre concordanti.
La sorpresa: a volte il piatto conta più della celebrity
Uno studio del 2025 ha provato a capire che cosa accade quando il cibo sui social viene mostrato con o senza una celebrity.
La ricerca ha coinvolto 432 studenti universitari della Gen Z, tra 18 e 25 anni, a Lahore, in Pakistan. I partecipanti sono stati esposti a post Instagram contenenti alimenti sani o meno sani, con o senza la presenza di una celebrità.
Il risultato è interessante: le immagini di cibo senza celebrity hanno prodotto una maggiore intenzione di mangiare e un maggiore coinvolgimento digitale rispetto alle immagini con celebrity, sia per il cibo considerato sano sia per quello meno sano.
In altre parole, almeno in questo campione, il protagonista più potente era il piatto stesso.
L’attrattività della celebrity aumentava invece il coinvolgimento digitale, ma non necessariamente l’intenzione di mangiare quel cibo. Gli autori ipotizzano che per la Gen Z possano essere particolarmente importanti credibilità, autenticità, esperienza reale e contenuti percepiti come meno costruiti.
Va però ricordato che si tratta di un singolo studio condotto su giovani universitari pakistani: non possiamo automaticamente generalizzare i risultati a tutte le età o popolazioni.
Food porn e salute: il problema non è fotografare la cena
Fare una fotografia al proprio piatto non è, di per sé, un comportamento problematico.
La questione diventa più interessante quando consideriamo l'ambiente alimentare digitale nel suo complesso.
Ogni giorno siamo esposti a un flusso continuo di immagini altamente selezionate e ottimizzate per catturare l’attenzione. Se questo ambiente privilegia sistematicamente alimenti molto calorici, porzioni eccessive o prodotti ultraprocessati, può contribuire a rendere quei cibi più familiari, desiderabili e socialmente normali.
La stessa capacità visiva potrebbe però essere utilizzata nella direzione opposta.
Lo studio di BMC Public Health suggerisce infatti che rendere esteticamente attraenti anche gli alimenti salutari e raccontarli attraverso contenuti autentici potrebbe rappresentare uno strumento utile nelle strategie di promozione della salute.
Non dobbiamo quindi demonizzare Instagram, TikTok o la fotografia gastronomica, ma comprendere che oggi anche l’immagine è parte dell’ambiente che orienta le nostre scelte alimentari.
Dal piacere del gusto al piacere dell’attesa
C’è infine un aspetto meno medico e più umano.
Il food porn racconta una società nella quale una parte importante del piacere avviene prima del consumo.
Cerchiamo il ristorante, guardiamo il menu online, scorriamo fotografie, immaginiamo il sapore, fotografiamo il piatto e aspettiamo la reazione degli altri.
La gastrosofia descrive questo meccanismo come una forma di “edonismo mentale”: il piacere nasce anche nella distanza tra desiderio e soddisfazione, nell’anticipazione di ciò che stiamo per mangiare.
Ed è forse proprio qui che il food porn racconta e rappresenta al meglio il nostro tempo.
Perché un piatto oggi può essere contemporaneamente nutrimento, piacere, memoria, identità, status, contenuto digitale e segnale sociale.
La domanda non è quindi se sia giusto fotografare quello che mangiamo, ma quanto di ciò che desideriamo mangiare nasce ancora dalla fame e quanto, invece, da ciò che abbiamo appena visto sullo schermo.
Bibliografia
Sajjad A., Pasha FM., Beauty and the beast: an experimental study on the effect of Instagram food posts featuring a celebrity vs. without a celebrity on the eating intention of healthy vs. unhealthy food, BMC Public Health. 2025
Taccuini Gastrosofici, Fenomeno antropologico del food porn, 2026
Taccuini Gastrosofici, Gastrosofia: storia del food porn, 2026
De Martin R., Il cibo come fatto sociale: identità, cultura ed appartenenza, Taccuini Gastrosofici, 2026



