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Cida, i dirigenti della sanità celebrano 80 anni con la Repubblica

All'Auditorum Conciliazione il saluto di Mattarella: "L’Italia ha bisogno del vostro impegno", Cuzzilla: "Nove giovani su dieci non credono basti il merito"

Daniela de Feo

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia per gli 80 anni della Cida, Roma, 12 ottobre 2026 (foto Quirinale)

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia per gli 80 anni della Cida, Roma, 12 ottobre 2026 (foto Quirinale)

Nel 1946, mentre dalle macerie della guerra nasceva la Repubblica italiana, prendeva forma anche la CIDA, Confederazione Italiana Dirigenti e Alte Professionalità. Due percorsi diversi che hanno attraversato insieme ricostruzione, industrializzazione, trasformazioni del lavoro, sviluppo dello Stato sociale, europeizzazione e, oggi, una nuova transizione dominata da digitale, intelligenza artificiale, demografia e sostenibilità.

Il 12 ottobre 2026, all’Auditorium della Conciliazione di Roma, la Confederazione ha celebrato il suo ottantesimo anniversario alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La cerimonia, introdotta dalla giornalista Manuela Perrone, ha visto gli interventi della direttrice generale Teresa Lavanga e del presidente CIDA Stefano Cuzzilla, per concludersi con le parole del Capo dello Stato.

Il titolo scelto per l’anniversario “Il futuro come responsabilità: valori, competenze e visione”, sintetizza il senso della giornata: guardare al 2046 non come a una data lontana, ma come a un orizzonte da costruire oggi. CIDA definisce infatti il 2026 l’inizio di un nuovo ciclo della propria storia, chiamato a confrontarsi con AI, demografia, welfare e competitività sostenibile.

Mattarella: «Siete nati sulle macerie della guerra, per un’Italia migliore»

È proprio dalla coincidenza tra gli ottant’anni della Repubblica e quelli della Confederazione che Mattarella ha iniziato il suo intervento.

«In questo anno - ha detto il Capo dello Stato - si festeggiano, insieme, gli ottanta anni di vita della Repubblica. Vi si accompagnano gli ottanta anni dalla fondazione della vostra Confederazione, unione di alte professionalità, ed è di grande significato questa coincidenza. Siete nati sulle macerie della guerra, per un’Italia migliore».

Un parallelo che non è soltanto cronologico. Per il Presidente, la crescita dell’Italia moderna si è intrecciata al ruolo di donne e uomini chiamati a dirigere organizzazioni pubbliche e private, assumendo decisioni e responsabilità: «Il progresso della vita della nostra comunità si intreccia strettamente, in questi decenni, al ruolo svolto da coloro che hanno rivestito il compito di dirigenti, protagonisti del divenire di uno Stato moderno, coeso tra le componenti della società».

Mattarella ha richiamato il contributo di una classe dirigente capace di accompagnare l’Italia fuori dall’arretratezza, dentro i mercati internazionali e nel percorso europeo, ricordando come la responsabilità del dirigente non si esaurisca nel rapporto con l’organizzazione per la quale lavora ma abbia inevitabilmente una dimensione sociale.

Competenza come coesione, lavoro come sviluppo, futuro come responsabilità

Nel discorso del Capo dello Stato torna più volte un concetto: dirigere significa assumersi responsabilità che vanno oltre il risultato immediato. Mattarella ha richiamato le tre espressioni indicate dallo stesso Cuzzilla, competenza come coesione, lavoro come sviluppo, futuro come responsabilità, come parole che hanno accompagnato CIDA nei suoi ottant’anni.

E sul ruolo attuale delle alte professionalità ha affermato: «Il titolo che avete scelto per questa assemblea attesta il desiderio di proseguire, andando al di là delle stesse specifiche professionalità, per contribuire, con i valori e le competenze che vi appartengono, ad affrontare le sfide del nuovo cambiamento d’epoca in corso».

Un passaggio particolarmente importante riguarda l’autonomia del dirigente, che per il Presidente non può essere separata dall’etica: «Sollecita, in questo percorso, la riaffermazione dell’autonomia propria del dirigente unitamente al ruolo sociale sviluppato per affermare obiettivi di progresso per l’intera comunità, in obbedienza all’etica che guida ciascuno nell’esercizio della propria professione».

È una riflessione che acquista un peso particolare nella sanità, dove ogni scelta organizzativa può tradursi concretamente in tempi di cura, accessibilità, sicurezza, qualità e sostenibilità del Servizio sanitario.

La memoria del terrorismo: quando essere dirigenti significò diventare bersagli

Gli ottant’anni di CIDA attraversano anche una delle stagioni più drammatiche della storia repubblicana. Mattarella ha ricordato i dirigenti colpiti durante gli anni del terrorismo: «Il vostro essere parte del tessuto della Repubblica ha significato, per i dirigenti, pagare anche prezzi alti. È avvenuto durante il terrorismo, quando le Brigate Rosse assunsero alcuni dirigenti come bersaglio per cercare di smantellare riferimenti del nostro modello di vita».

Nel discorso ufficiale il Presidente ha ricordato Pietro Coggiola, Carlo Ghiglieno, Manfredo Mazzanti, Renato Briano e Giuseppe Taliercio, assassinati negli anni di piombo.

Da quella memoria arriva un messaggio che Mattarella ha riportato direttamente al presente: «L’Italia avrebbe presto sconfitto il terrorismo grazie ai propri valori civili e alla propria unità. Quell’unità di fondo che non si deve disperdere anche quando asprezze e contrapposizioni di merito conquistano il centro della scena».

La Carta della Dirigenza: cinque impegni consegnati al Presidente della Repubblica

Uno dei momenti simbolicamente più rilevanti della cerimonia è stata la consegna a Mattarella della Carta della Dirigenza e delle Alte Professionalità, documento con il quale CIDA proietta il proprio ruolo verso i prossimi decenni.

Cinque i principi che la sintetizzano: «La libertà si governa. La persona è il fine. Il merito è equità. La fiducia si costruisce. Il futuro si guida».

La Carta viene presentata come un'assunzione di responsabilità della comunità manageriale nei confronti del Paese, delle organizzazioni e delle nuove generazioni.

Cuzzilla ne ha spiegato il senso con una formula essenziale: «Dirigere significa non sottrarsi e rispondere del futuro che contribuiamo a costruire». E ancora: «Non è un documento per ricordare ciò che siamo stati, ma una parola data al Paese su ciò che vogliamo essere». Il passaggio è rilevante perché propone una concezione della leadership nella quale competenza e responsabilità sono inseparabili.

Cuzzilla: un Paese si regge su tre capitali

Nel suo intervento, Stefano Cuzzilla ha indicato tre condizioni necessarie perché crescita economica e innovazione possano diventare sviluppo sociale.

«Il primo è il capitale economico, senza il quale non c’è sviluppo. Il secondo è il capitale umano: conoscenza, competenze, esperienza, capacità di innovare. E poi ce n’è un terzo, meno visibile, più difficile da misurare, ma decisivo, perché è quello che permette agli altri due di trasformarsi in sviluppo collettivo: il capitale fiduciario».

Ed è proprio sul concetto di fiducia che si concentra uno dei passaggi più interessanti. «Parlo della fiducia tra cittadini e istituzioni, tra chi lavora e chi organizza il lavoro, tra chi assume una decisione e chi vive le conseguenze», ha spiegato. Un capitale che non compare direttamente nei bilanci ma produce effetti estremamente concreti.

Un Paese può aumentare produttività e ricchezza e, nello stesso tempo, accumulare costi sociali, disuguaglianze, sfiducia e perdita di coesione. È qui che il management assume una responsabilità pubblica anche quando opera in organizzazioni private: trasformare risorse economiche, conoscenza e tecnologia in valore condiviso.

Tecnologia e intelligenza artificiale: «la persona deve restare al centro»

Il tema dell’intelligenza artificiale ha attraversato inevitabilmente la giornata. Mattarella lo ha inserito in una riflessione molto più ampia sulla natura dello sviluppo: «Oggi un mondo nuovo si sta plasmando tra rapidissime trasformazioni. Dobbiamo tenerne il passo».

E ha indicato con chiarezza la direzione da seguire: digitale, AI e robotica non devono essere utilizzati esclusivamente per aumentare efficienza e profitti, ma anche per costruire organizzazioni capaci di valorizzare la persona, proteggerne la dignità e rafforzare la coesione sociale.

Cuzzilla ha espresso lo stesso principio dal punto di vista manageriale: «Dobbiamo rimettere al centro la persona e riorganizzare le aziende in funzione delle persone».

E sull’AI: «Anche l’intelligenza artificiale non deve farci paura: potranno emergere algoritmi e soluzioni tecnicamente migliori, ma sarà sempre la persona a dover dare l’input e guidare le scelte».

Una posizione coerente con i dati dell’AI Management Index 2026, realizzato da CIDA e AI4I: l’89% dei manager intervistati utilizza già strumenti di intelligenza artificiale e il 57% riferisce una riduzione del tempo dedicato alle attività ripetitive, ma la maturità organizzativa media si ferma a 39,7 punti su 100. L’AI, dunque, è già entrata nel lavoro. Ora la vera questione sarà: chi la governa, con quali competenze e con quale responsabilità.

Sanità: dirigere bene può significare curare meglio

Per SAE Salute, gli ottant’anni di CIDA assumono un significato particolare proprio per la presenza della dirigenza medica e sanitaria all’interno della Confederazione.

Oggi le dieci federazioni CIDA comprendono la Federazione CIMO-FESMED, che rappresenta i medici dirigenti, la Federazione 3° Settore, Sanità non profit e SAUR, espressione dell’università e della ricerca.

Nel ricostruire l’evoluzione della Confederazione, Teresa Lavanga ha sottolineato come negli ultimi vent’anni la rappresentanza si sia progressivamente ampliata anche verso la sanità, la ricerca universitaria e il Terzo Settore.

È opportuno precisare il dato storico: CIMO era già da anni associata a CIDA; nel 2022 è stata formalizzata l’affiliazione dell’intera Federazione CIMO-FESMED, ampliando ulteriormente la rappresentanza della dirigenza sanitaria. Questo passaggio dice molto dell’evoluzione della sanità moderna. Un ospedale non è più soltanto il luogo nel quale viene erogata una prestazione clinica. È un sistema complesso nel quale devono convivere: professionisti, tecnologie, dati, sicurezza, ricerca, farmaci innovativi, liste d’attesa, sostenibilità economica e relazione con il territorio. Per questo la capacità manageriale non è estranea alla qualità della cura. Una buona organizzazione può diventare una determinante dell'accesso alle cure. Una cattiva organizzazione può trasformarsi in disservizio, ritardo e disuguaglianza.

Ricerca: la competenza che trasforma una scoperta in innovazione

La presenza nel sistema CIDA anche del mondo universitario e della ricerca aggiunge un altro tassello. Il capitale umano richiamato da Cuzzilla non coincide semplicemente con il numero di laureati o ricercatori presenti nel Paese. Significa disponibilità di conoscenze, capacità di trasferirle, possibilità di attrarre e trattenere talenti e, soprattutto, condizioni organizzative affinché la scoperta scientifica possa diventare innovazione clinica, industriale o sociale. Nel nuovo ciclo 2026-2045 CIDA indica proprio competenza, intelligenza artificiale, demografia, welfare e competitività tra le aree sulle quali costruire il futuro. Per la salute questo significa creare un ecosistema nel quale ricerca, università, industria, SSN e territorio riescano a dialogare.

Sanità no profit: efficienza e solidarietà non sono opposti

Accanto alla dirigenza medica e alla ricerca, la Confederazione comprende anche la Federazione 3° Settore-Sanità non profit CIDA, oggi parte della governance confederale. È un settore nel quale il concetto di managerialità assume caratteristiche peculiari. Gestire bene significa perseguire efficienza, qualità, sostenibilità e innovazione, ma senza perdere la finalità sociale della cura. Proprio nella sanità non profit emerge con forza il principio espresso nella Carta: «La persona è il fine». La sostenibilità economica è indispensabile. Ma non può diventare il fine ultimo dell'organizzazione sanitaria.

Donne e leadership: quando il merito deve poter diventare opportunità

La valorizzazione delle competenze porta inevitabilmente anche alla questione della leadership femminile. Il principio della Carta, «Il merito è equità», assume un significato concreto quando si osservano percorsi professionali nei quali la presenza delle donne nelle fasi formative e operative non si traduce ancora, con la stessa proporzione, nei livelli decisionali più elevati. Per CIDA la trasformazione organizzativa deve quindi includere anche trasparenza nei percorsi di carriera, parità retributiva, conciliazione e accesso effettivo ai ruoli apicali. È un tema particolarmente evidente nella medicina e nella ricerca: non è sufficiente aumentare il numero delle professioniste se rimangono barriere all'accesso alle posizioni dalle quali si definiscono strategie, budget e priorità. Il merito esiste davvero soltanto quando può essere riconosciuto senza ostacoli estranei alla competenza.

Giovani: «Nove su dieci non credono che basti il merito»

Il dato più preoccupante della giornata riguarda le nuove generazioni. Il rapporto CIDA - Censis “Preparando il futuro” mostra che l’83,3% dei giovani tra 18 e 34 anni vuole crescere professionalmente e il 95,5% è disposto a investire in nuove competenze. Ma l’89% ritiene che in Italia il merito non venga adeguatamente riconosciuto e il 56,3% pensa che per fare carriera sia necessario andare all’estero. Cuzzilla lo ha riassunto così: «Otto giovani su dieci vogliono crescere professionalmente, ma nove su dieci non credono che questo sia davvero uno scenario». E ha chiarito: «Non siamo davanti a giovani senza futuro». Il problema non è quindi essere l'assenza di aspirazioni ma la fragilità della fiducia nella possibilità che studio, impegno, competenza e lavoro possano trasformarsi davvero in autonomia e mobilità sociale.

Cuzzilla lo ha espresso ancora più nettamente parlando del rapporto CIDA - Censis: «I giovani vogliono fare carriera e lavorare: otto su dieci hanno ambizione. Il dato che ci preoccupa è che nove su dieci pensano che il merito non basti».

E qui il tema dei giovani torna direttamente al concetto di capitale fiduciario. Se una generazione smette di credere che il proprio impegno possa modificare la propria condizione, non perde soltanto il singolo giovane: perde il Paese.

Il ceto medio: lavoro, fisco e fiducia nelle istituzioni

Un altro passaggio dell’intervento di Cuzzilla ha riguardato la progressiva pressione sul ceto medio, tema che CIDA pone da tempo al centro della propria azione. «Oggi abbiamo una situazione in cui il 30% dei contribuenti paga l’80% dell’Irpef. Questo significa una sproporzione fiscale e un ceto medio sempre più compresso, che non favorisce la fiducia nelle istituzioni».

Il dato va letto nel quadro delle elaborazioni promosse da CIDA sulla distribuzione del carico fiscale: una quota relativamente contenuta di contribuenti sostiene la larga maggioranza dell’IRPEF complessiva.

Per Cuzzilla, però, il ceto medio non è soltanto una fascia reddituale. È il luogo nel quale una democrazia rende credibile una promessa: che il lavoro e le competenze consentano di migliorare la propria condizione e offrire opportunità più ampie ai figli. Quando questa promessa si indebolisce, si indebolisce anche il capitale fiduciario.

Mattarella: la dirigenza come “nervatura essenziale” della società

Verso la conclusione del suo intervento, Mattarella ha dato una delle definizioni più forti dell'intera cerimonia: «Le funzioni dirigenti private e pubbliche, dei servizi essenziali, dei settori emergenti sono una nervatura essenziale di una società che voglia restare protagonista del proprio futuro». E ha collegato questa responsabilità direttamente alla Costituzione: «Si tratta dell’alleanza del lavoro, premessa, nella nostra Costituzione, del carattere universale dei diritti della persona e, nel contempo, dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale».

Un’alleanza che, ha aggiunto, deve guardare ai giovani e collocarsi inevitabilmente nella dimensione europea. Il concetto di dirigente si allarga così oltre la funzione organizzativa. Il dirigente diventa un punto di connessione tra risorse e decisioni, tecnologia e persone, presente e futuro.

Dal 1946 al 2046: il futuro come responsabilità

Nel 1946 l'Italia aveva bisogno di competenze per ricostruire un Paese. Nel 2026 ha bisogno di competenze per governare un'altra trasformazione epocale. Cambiano gli strumenti: AI, robotica, big data, medicina di precisione, automazione, nuove forme di lavoro, ma il problema di fondo resta lo stesso: decidere per quale modello di società utilizzarli. Un Paese può diventare tecnologicamente più avanzato e contemporaneamente più diseguale, può aumentare la produttività e perdere capitale umano, può diventare più ricco e accumulare costi sociali.

Per questo i tre capitali indicati da Cuzzilla, economico, umano e fiduciario, non possono essere considerati separatamente. Il capitale economico rende possibile lo sviluppo, il capitale umano gli dà conoscenza, competenza e capacità di innovare, il capitale fiduciario stabilisce se quel progresso riuscirà a diventare sviluppo condiviso. Ed è probabilmente qui che si trova il significato più profondo degli ottant’anni di CIDA.

Mattarella ha chiuso il suo intervento con cinque parole che possono valere anche come mandato per i prossimi vent'anni: «L’Italia ha bisogno del vostro impegno».

Infografica generata con AI. Elaborazione originale su contenuti su contenuti editoriali relativi all’80° anniversario di CIDA e ai principi della Carta della Dirigenza e delle Alte Professionalità

Bibliografia e fonti essenziali

Presidenza della Repubblica, intervento del Presidente Sergio Mattarella all’80° anniversario CIDA, Roma, 12 ottobre 2026
CIDA, 80 anni, Il futuro come responsabilità, 1946-2046
CIDA - Censis, Dirigenza e Leadership nei prossimi vent’anni. Rapporto Finale Preparando il futuro, dati presentati il 12 ottobre 2026
CIDA-AI4I, AI Management Index 2026