
Semaglutide, la nuova frontiera della longevità: cosa sappiamo davvero
Un farmaco noto per il diabete e l'obesità mostra effetti sorprendenti nel rallentare l'invecchiamento nei topi: il nuovo studio pubblicato su Nature

(foto Magnific)
Non solo perdita di peso e controllo della glicemia. Uno studio pubblicato sulla rivista Nature il 2 settembre 2026 suggerisce che la semaglutide, potrebbe agire anche su alcuni dei meccanismi biologici che regolano l'invecchiamento. Qual è la portata di questa scoperta?
Lo abbiamo chiesto al professor Carlo Tomino, vicedirettore scientifico dell'IRCCS San Raffaele di Roma, e al professor Ennio Tasciotti, responsabile del Laboratorio di Human Longevity Program dell’IRCCS San Raffaele.

Da sinistra: il professor Carlo Tomino, vicedirettore scientifico dell'IRCCS San Raffaele di Roma, e il professor Ennio Tasciotti, responsabile del Laboratorio di Human Longevity Program dell’IRCCS San Raffaele
Professor Tomino, cosa hanno scoperto i ricercatori?
"Lo studio ha analizzato gli effetti della semaglutide in topi di sesso femminile, iniziando il trattamento in età avanzata, attorno ai 20 mesi di vita, l'equivalente della tarda età adulta umana. Il risultato più immediato riguarda la sopravvivenza: la durata media di vita degli animali trattati è passata da 742 a 834 giorni, un aumento di circa il 12%. Ma il dato sulla longevità potrebbe essere solo la punta dell'iceberg. I ricercatori hanno osservato una riduzione di diversi marcatori tipici dell'invecchiamento biologico: meno infiammazione cronica, meno senescenza cellulare (l'accumulo, cioè, di cellule "invecchiate" che smettono di funzionare correttamente ma non muoiono), un miglioramento della funzione mitocondriale e una maggiore stabilità del genoma. Un risultato particolarmente interessante riguarda il cervello: gli animali trattati hanno mostrato un aumento della neurogenesi nell'ippocampo, l'area coinvolta nei processi di apprendimento e memoria".
Perché il farmaco sembra fare qualcosa in più della semplice riduzione di calorie?
Tomino: "Uno degli aspetti più discussi dello studio è il confronto tra gli effetti della semaglutide e quelli della restrizione calorica, una strategia che da decenni viene studiata nei modelli animali per la sua capacità di rallentare l'invecchiamento. È noto che questi farmaci riducono l'appetito, e quindi una parte dei benefici osservati potrebbe derivare semplicemente dal fatto che gli animali trattati mangiano meno. Questa componente esiste, ma non basta a spiegare tutto: nel confronto diretto, il gruppo trattato con il farmaco ha mostrato risultati migliori rispetto al gruppo sottoposto a sola restrizione calorica in alcuni parametri cognitivi e metabolici, in particolare nella memoria spaziale, nel comportamento esplorativo e nel controllo glicemico. Questo suggerisce che la semaglutide agisca anche attraverso meccanismi indipendenti dalla semplice riduzione dell'introito calorico, anche se resta ancora da chiarire quali siano esattamente".
Dai topi all'uomo: un salto che va fatto con cautela. Qual è il suo parere?
Tomino: "È bene ricordare che si tratta di uno studio condotto su animali, e che i risultati non possono essere trasferiti automaticamente alla biologia umana. Le prospettive aperte dalla ricerca, un possibile ruolo di questi farmaci anche in patologie croniche degenerative diverse da obesità e diabete, come le malattie neurodegenerative e cardiovascolari, dovranno essere confermate con studi condotti sull'uomo, un percorso che richiede tempo e attenzione. Questi risultati non vanno interpretati come un'indicazione a usare la semaglutide per rallentare l'invecchiamento in persone sane. I farmaci di questa classe restano strumenti terapeutici da utilizzare secondo le indicazioni riportate nella scheda tecnica e dietro prescrizione del medico, in presenza di una reale necessità clinica".
Secondo lei, perché questo studio è importante?
Tomino: "Negli ultimi anni, attorno ai farmaci GLP-1 sono circolate molte informazioni allarmistiche non sempre supportate da prove solide. Le prospettive future sono interessanti soprattutto perché la ricerca sta progressivamente separando l'effetto dei GLP-1 sulla perdita di peso dai loro possibili effetti sistemici. In questo contesto, lo studio pubblicato su Nature aggiunge un importante tassello di evidenza scientifica su una classe di farmaci che ha già mostrato risultati notevoli nel trattamento dell'obesità, del diabete di tipo 2 e di diverse complicanze cardio-metaboliche. Per ora, però, la parola d'ordine resta prudenza: i dati sono promettenti, ma rimaniamo nell’ambito degli studi pre-clinici. Nel nostro Istituto stiamo affrontando il tema della longevità in modo molto rigoroso e a capo dello Human Longevity Program c’è il Prof. Ennio Tasciotti".
Professor Tasciotti, come interpreta questi risultati nel quadro più ampio della medicina della longevità?
"Credo sia importante non commettere l’errore di trasformare i GLP-1 in una sorta di “farmaco della longevità”. La riduzione della massa grassa, soprattutto quella viscerale, e il miglioramento del controllo metabolico possono modificare diversi nodi della rete biologica che accompagna l'invecchiamento. Ma non significa che questa terapia, da sola, possa sostituire alimentazione, attività fisica, mantenimento della massa muscolare, sonno e prevenzione cardiovascolare. Significa piuttosto che stiamo entrando in una fase in cui disponiamo di strumenti farmacologici sempre più precisi per intervenire precocemente su alcuni dei determinanti della salute".
I GLP-1 potrebbero diventare una componente della medicina della longevità?
Tasciotti: "La prospettiva con cui viene affrontato il tema all’interno dello Human Longevity Program dell’IRCCS San Raffaele di Roma è di non guardare all’invecchiamento attraverso un singolo biomarcatore o una singola terapia, ma come a un fenomeno multifattoriale, nel quale metabolismo, composizione corporea, sistema cardiovascolare, funzione cerebrale, infiammazione, attività fisica, nutrizione e altri fattori interagiscono continuamente. Nella medicina della longevità non si cerca necessariamente una molecola che “allunghi la vita” in modo diretto. L'obiettivo più realistico è intervenire sui fattori biologici e clinici che aumentano la probabilità di sviluppare, con l'avanzare dell'età, malattie croniche e perdita di autonomia".
Cosa possiamo aspettarci dal futuro?
"La prossima generazione di terapie sarà basata su peptidi capaci di agire selettivamente su una via metabolica per modificarla in maniera fisiologica. Proprio come fanno i farmaci GLP1. Potremmo passare dall'attuale generazione di farmaci prevalentemente mirati alla gestione dei sintomi, ad un ecosistema terapeutico basato su molecole progettate per modificare il percorso della malattia e ottenere effetti duraturi e curativi. La vera rivoluzione, tuttavia, non sarà avere semplicemente più farmaci. Sarà capire quale intervento utilizzare, in quale persona, in quale momento della vita e in combinazione con quali altre strategie. L'invecchiamento è un processo multifattoriale e, con ogni probabilità, anche la medicina della longevità dovrà esserlo".


